di Domenico Marino

Secondo Chiara Saraceno in un articolo pubblicato su Repubblica.it il 3 settembre, la scuola per funzionare meglio non dovrebbe fare uso di insegnanti precari, i quali non solo non garantiscono continuità didattica, ma sono anche colpevoli della mancanza di rendimento degli studenti italiani, in quanto: “poco incentivati ad investire nel conoscere meglio i propri studenti, nel trovare formule di insegnamento efficaci”.
La prima cosa che salta all’occhio di un insegnante è che se la scuola funziona lo si deve soprattutto all’apporto degli insegnanti precari, i quali solitamente occupano un posto che altrimenti rimarrebbe vuoto, colmando una situazione deficitaria e garantendo allo Stato l’offerta di un Pubblico Servizio. Il docente precario è, inoltre, un docente più giovane rispetto all’insegnante di ruolo e molto spesso anche più motivato al successo e a lasciare un buon ricordo di sé presso colleghi docenti, alunni e dirigenti scolastici, con la speranza di continuare il rapporto lavorativo negli anni.
Chiara Saraceno afferma che comunque la scuola presenta svariati problemi, non solo quelli legati al precariato, per cui lei si augura che lo Stato che ha causato la nascita del precariato scolastico provi a risolverlo con un parziale assorbimento dei precari e ricordando che l’incarico annuale non è un diritto.
La questione fondamentale è che i precari che protestano non lo fanno perché dicono di avere diritto all’incarico ma lo fanno perché lo Stato si sta rimangiando la propria parola su tanti punti centrali inerenti il mondo della scuola e la loro situazione in qualità di docenti.
Come fai a dire di non avere il diritto di lavorare a tempo indeterminato in un posto se per 20 anni di seguito continui ad avere contratti da settembre a giugno, o anche agosto? Qualunque giurista direbbe che c’è spazio per un contenzioso vincente nei confronti di questo datore di lavoro anomalo! Come fai a cambiare professione dopo anni di specializzazione e professionalizzazione nel settore? Come fai a essere spendibile nel mercato del lavoro se hai dedicato il tuo curriculum all’attività di docenza? Chi vorrebbe in fabbrica o in un qualche ufficio un insegnante di 45, o 48, o anche 52 anni? Come fai a investire i milioni di euro previsti per il settore scolastico al meglio quando non riesci a gestire classi di 35 alunni? Tutti questi interrogativi non fanno altro che riprendere la domanda iniziale: è impossibile far funzionare la scuola senza l’adeguato apporto dei docenti precari.
Il docente precario attende soltanto una regolarizzazione dallo Stato riguardo il proprio essere docente, ma il fatto stesso di presenziare nelle Graduatorie ad esaurimento vuol dire che lo Stato promette a quel docente che non resterà precario a vita ma che in tempi “brevi” la sua posizione sarà regolarizzata. Tale promessa viene meno con i “tagli” di Gelmini/Tremonti. Nessuno può discordare da questo per cui qualunque critica sulle proteste dei precari è solo frutto di scarsa conoscenza della realtà dei fatti.
In prima persona vivo in una scuola pubblica che potrebbe dare lavoro a 28 insegnanti, ma solo 12 sono di ruolo, incluso me. Chi ci gestisce non assume a tempo indeterminato e ha invece intenzione di tagliare posti di lavoro accorpando classi, infischiandosene delle misure di sicurezza della legge 626 e basandosi sulla convinzione che nessuno nel mondo della scuola ha mai fatto la voce grossa, né le famiglie, né gli insegnanti, né tantomeno dirigenti scolastici o alunni.  Tutto procede per il peggio.  Chi vivrà, vedrà!