di Simone Ghelli

Voglio subito dire

di chi non è la colpa:

non dei genitori,

né degli amici

o degli amori passati e futuri.

La colpa è solo mia:

mia che ho creduto

e che poi ho disperato.

Ditemi ancora

quello che non sono stato,

che vi attendevate da me.

Ho tutto il tempo

di aspettare,

di sgranare il rosario

dei progetti condonati.

Ditemi quante volte,

tutte le volte

che avete scosso la testa.

Per voi

ho male alla testa,

per l’ostinazione

che mi ha respinto,

per i pensieri trattenuti

come catarro nel cervello.

Ditemi del vostro tempo,

dei sacrifici e degl’inganni,

di quanto ci siamo persi.

Ditemi ancora

che sono un balordo,

voi onesti farabutti.

Mia, solo mia è la colpa.

Mia l’eredità di chi ha ucciso il poeta

e lo stato civile.

Mia l’impotenza di questi anni,

il fallimento di ogni preparativo,

ogni inizio

che era già anche una fine.

E adesso,

che la colpa è stata data,

che sia questa una fine

e finalmente un inizio.

Non restiamo

al cappio degli strozzini,

appesi alle finestre

da cui non passa l’aria.

Non restiamo

alle logiche di scambio,

all’era dei voti a perdere.

Ma se non restiamo,

dove andiamo,

imbarcati

su voli low cost

o su treni soppressi?

Se non ci affidiamo

a voi meccanici

dei nostri ingranaggi,

dov’è che andiamo,

pieni di carta straccia

nel sottovuoto

del vostro immaginario?

Su, andate a lavorare,

razza di lavativi,

di perdigiorno,

di scioperati

che fanno sempre domenica.

Non attaccatevi

all’ombra dei padri,

non alla loro istituzione

o alla matematica delle poltrone.

Di quale equazione parliamo,

noi che l’uguaglianza

ce l’hanno sparpagliata

nei sondaggi,

che c’hanno sminuzzati

nei lavori a progetto

rinnovati via fax?

Quale coscienza ritrovare

nel tempo inflazionato,

sommersi dagli avanzi

dell’offerta,

rincorsi dai saldi

tutto l’anno?

Piuttosto,

ritrovare la colpa ogni giorno,

la smania di acquisto,

l’indebitamento col passato,

noi che la memoria

ce la stanno chiudendo

in cassaforte.

Noi che anche

a spendere tutto

non potremo mai

riprenderci niente.

È questa

la vostra economia,

il futuro in leasing

che c’avete programmato.

Rimasti

senza rappresentanza

non abbiamo

meritato

un futuro

senza deleghe,

bensì

un futuro

indebitato.

Piuttosto,

strappare tutte

le carte fedeltà,

azzerare tutte

le raccolte punti,

staccarne

a uno a uno

i bollini,

le esperienze

impilate

nei curriculum vitae.

Cos’altro direbbero ancora

delle nostre carcasse lucidate a nuovo

se nei garage dei loro buoni consigli

non ne trovassero più neanche una?

Che cosa direbbero

dinanzi al circuito vuoto,

derubato dei roboanti motori

che ci consegnarono per correre nel nulla?

Dopo la grande abbuffata,

finiti anche i resti della carneficina,

non restano che le posate,

le punte divelte con cui consumare anche noi

i nostri sacrosanti delitti.

Avreste forse qualcosa da ridire

dei nostri antipasti di chiodi,

delle nostre portate contundenti,

dei nostri bicchieri di solfiti

tinti di rosso?