di Simone Ghelli
 
 

Quando si parla di lavoratori precari, la prima immagine che ci viene in mente è quella del call center, che è al tempo stesso uno spazio alienante e cinematografico – uno spazio segmentato e già composto da un montaggio interno: quello delle singole postazioni in cui ogni lavoratore è costretto a rimanere isolato sia acusticamente (dalle cuffie) che visivamente (dallo schermo del proprio pc) – e che nel nostro immaginario costituisce ormai la scenografia di riferimento in materia di lavoro regolato da contratti atipici.
Non a caso negli ultimi anni il cinema italiano si è interessato all'universo dei lavoratori precari, e in particolare a quello dei call center, che sono diventati un po' il luogo simbolico di una condizione generazionale. Pensiamo ad esempio al tentativo di documentare la lotta per i propri diritti dei lavoratori di Athesia in Parole sante (2007) di Ascanio Celestini, o a quello di dare a questa realtà la dignità di essere raccontata, magari attraverso il filtro della commedia, come in  Tutta la vita davanti (2007) di Paolo Virzì, o rendendocela in chiave grottesca, come in Fuga dal call center (2008) di Federico Rizzo.
Ne La banda del brasiliano (2009), film low budget firmato dal collettivo John Snellinberg, emerge però una differenza significativa rispetto alle opere precedentemente citate, che in qualche modo ci raccontavano della parabola seria (nel caso del documentario di Ascanio Celestini) o semi-seria (nel caso degli altri due film) dei precari che cercano di ritagliarsi un proprio spazio in un mondo del lavoro sempre più inflazionato e selvaggio, dove i lavoratori sono spesso privi di rappresentanza sindacale e costretti ad accettare condizioni assolutamente impensabili fino a pochi anni fa.
È proprio questa capacità di adattamento richiesta soprattutto alle giovani generazioni – si pensi ad esempio alla protagonista di Tutta la vita davanti, che con la sua laurea in filosofia si ritrova a vendere robot per la cucina, o al protagonista di Fuga dal call center, costretto a mantenersi con un impiego in un call center nonostante la sua laurea in vulcanologia – ad essere rifiutata in toto dai protagonisti de La banda del brasiliano, perché loro non hanno neanche più un titolo di studio da difendere. Sono ragazzi senza nessuna possibilità d'integrazione, come dimostra l'uso di un soprannome apparentemente senza senso come “il brasiliano”, che trova una sua legittimazione proprio nella rivendicazione di un'estraneità assoluta al sistema, di un'impossibilità radicale ad esserne parte integrante. È questo il principale motivo di una rivolta tanto violenta quanto apparentemente assurda, che prende di mira un esponente a caso di quella generazione (di chi oggi ha tra i quaranta e i cinquant'anni) colpevole di aver dilapidato il patrimonio economico e culturale accumulato con tanta fatica dai propri padri, e che ha rubato al tempo stesso il futuro ai propri figli, ai quali sono rimasti “i gusci ciucciati dello Stato”.
La loro è una rivolta che nessuno sembra però prendere sul serio, nonostante lanci un grido d'allarme assolutamente attuale nell'Italia di oggi, attraversata da continui rigurgiti di violenza; una rivolta che denuncia la necessità di essere ascoltata da parte di una generazione che si sente senza voce, e che paga sulla propria pelle per gli altrui errori: “Fate qualcosa”, dice uno dei rapitori  mentre minaccia il sequestrato con una pistola giocattolo, “sennò qualcuno un giorno prenderà una pistola vera”.
L'intero film è disseminato di segnali di questo genere, di frasi che strappano definitivamente il tessuto già lacero che tiene insieme la generazione dei trentenni di oggi con la precedente:  “Guardami negli occhi quando mi chiedi scusa”, dice un altro dei sequestratori al prigioniero. Non esiste quindi nessuna forma di solidarietà per chi ha rinunciato persino ad adattarsi, per chi non accetta più i discorsi paternalisti come quello pronunciato dal questore al momento dell'arresto, che si riconosce nella “Italia vera, quella sana, che lavora”. È proprio contro uomini del genere che si scaglia il furore cieco di questi balordi, come amano chiamare nei telegiornali nostrani tutti coloro che commettono un crimine inspiegabile ai più, senza che si perda d'altronde tempo a rimarcare la singolarità di ogni gesto. Balordi è un termine buono per tutti, un cappello sotto cui mettere tutto ciò che non si accetta e che identifica una devianza dalla morale comune.
Ecco, ne La banda del brasiliano non aspettatevi di trovare implicazioni morali; etiche forse sì, anche se i protagonisti sembrano più interessati a omaggiare il genere poliziottesco che a scimmiottare le pose del “cinema impegnato” – e basterebbe su tutti la magistrale interpretazione di Carlo Monni nei panni del commissario per dare ragione al collettivo John Snellinberg. Quello che colpisce di questo film è in fondo proprio quella violenza apparentemente gratuita che caratterizzava certe pellicole degli anni Settanta, la scelta d'imbarcarsi insomma in una rivolta votata al fallimento, ma che segna una rottura definitiva nel patto di non belligeranza che pesa da anni sul nostro paese. Anche se costretti ad ammettere nel finale di averlo “preso nel culo per niente”, questi balordi mettono la canna della pistola in più di una piaga, e ci costringono ad ascoltare una domanda che lascia sconcertati: ma dove sono finiti tutti gli altri come noi?