[Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza]

Per motivi di privacy tutto il racconto è scritto in terza persona o in forma impersonale.
La testimonianza riguarda l’Accademia del Teatro alla Scala e in particolare il suo Corso di Formazione per Artisti del Coro.
L’istituzione, come molte altre consimili attive in altri teatri italiani e non, si occupa di organizzare corsi di formazione rivolti a tutti coloro che sono interessati ad apprendere uno dei vari mestieri, artistici e non, presenti in un teatro lirico: cantanti solisti, coristi, orchestrali, maestri collaboratori, tecnici, sarte, truccatrici, tecnici del suono e via dicendo.
L’Accademia è attiva da poco più di un decennio e finora ha dato i suoi frutti migliori nella preparazione dei cantanti solisti, nel senso che ha permesso ad alcuni di loro di debuttare su un palcoscenico internazionale rendendo possibile, in alcuni casi, l’avvio di una brillante carriera solistica.
Meno brillante la situazione della categoria alla quale fa riferimento questo scritto dove sono assai pochi quelli che, dopo essere passati dai corsi dell’Accademia, hanno poi trovato direttamente lavoro in Scala o altrove.
La vita di questi ultimi (soprattutto donne, in genere provenienti dal sud Italia, e molti stranieri) rimane assai precaria, nonostante l’attestato di partecipazione che ricevono, e inoltre spesso i loro esami vengono posticipati a bella posta per evitare loro di ricevere un compenso all’interno delle produzioni cui partecipano dunque come tirocinanti.
Quello che succede infatti è che, non essendoci abbastanza allievi (soprattutto uomini) per formare un coro, l’Accademia è stata costretta negli anni passati o ad affiancarsi ad altre istituzioni regionali con cori propri o a ingaggiare professionisti esterni (in taluni casi ex-allievi) per rinfoltire le file, soprattutto delle sezioni maschili ma non solo.
E fin qui, per quello che riguarda i professionisti esterni, le cose andavano non benissimo ma per lo meno si sono mantenute nell’ambito di rapporti di lavoro piuttosto corretti anche se viziati da qualche sciatteria e furberia, del resto abbastanza in linea con l’andazzo italico (Es: tentativi di non pagare la diaria in caso di trasferta, sfacciata omissione dal contratto dei diritti per le riprese televisive e via dicendo).
Ma cosa succede quest’anno?
L’Accademia indice un nuovo Corso di Formazione per Coristi con regolare bando consultabile online ma ancora prima di divulgarlo il cosiddetto “tutor” del coro invia a una mail a tutti gli ex-partecipanti o ai professionisti vari che hanno collaborato negli anni precedenti proponendo in pratica di fare un’audizione pro forma, pagando pure 50 euro di iscrizione, e poi di partecipare al corso in veste di uditori al fine di realizzare ben 3 produzioni operistiche da qui alla fine del 2011 percependo solo le giornate di lavoro poi effettuate regolarmente in teatro.
Occorre sapere che la realizzazione di una qualsiasi produzione operistica prevede due fasi principali, la prima in cui il coro prepara la parte musicale con il Maestro e un accompagnatore al pianoforte e una seconda in cui si partecipa all’allestimento dello spettacolo vero e proprio, generalmente a sua volta divisa in prove di regia e prove d’assieme con orchestra via via fino alla generale e la prima.
Ora, quello che veniva proposto in pratica era di fare tutte le prove musicali “non-pagate” e di cominciare a percepire l’usuale compenso di 70 euro lordi a giornata a partire dal giorno in cui sarebbero cominciate le prove in teatro (e si badi bene che questo è obbligatorio anche per problemi di sicurezza e assicurativi oltre che di contributi ENPALS, mentre sulle prove musicali che in questo caso si fanno in un’altra sede è forse più possibile bluffare).
Queste “giornate di lavoro non-salariato” sarebbero ammontate a circa una trentina spalmate in modo subdolo nell’arco di vari mesi e in forma di lezione, una volta alla settimana, con la scusa che il Maestro (in veste di insegnante in questo caso) era presente a Milano solo il lunedì essendo impegnato il resto della settimana all’estero e dunque implicitamente rendendo difficile, anche se non impossibile da un punto di vista formale, la stipula di un regolare contratto.
Detto questo cosa succede: la maggior parte della gente accetta questa specie di finzione – ricatto, fra di loro vi sono giovani che già stanno lavorando in Teatro in altre produzioni all’interno del Coro stabile e regolarmente pagati, altri che hanno già frequentato il corso e non si vede perché debbano farlo di nuovo, altri che hanno già fatto i solisti altrove, altri che hanno già avuto contratti a tempo determinato in altri Enti Lirici nonché alcuni che fanno questo lavoro da più di 15 anni pur essendo rimasti sempre precari, per volontà o per caso.
Solo un paio di persone si rifiutano di pagare ma tutti gli altri accettano la situazione, pagano l’iscrizione (all’audizione si badi bene, che dunque non garantisce di essere presi anche se il “tutor” lascia capire che per chi ha già fatto parte del coro sarà un pro-forma…) e fanno l’audizione con esiti diversi.
Passa il tempo ma il risultato dell’audizione non risulta chiaro, finche alla fine alcuni vengono convocati per le prime due produzioni mentre a molti altri non viene neppure comunicato l’esito e vengono tenuti fra “color che son sospesi”.
Prima di proseguire e terminare questo racconto occorre precisare alcune cose sulle produzioni proposte.
Di queste solo l’ultima (prevista per l’anno prossimo) è una produzione Accademia a tutti gli effetti, vale a dire uno spettacolo in cui solisti, coro e orchestra e anche alcuni dei maestri collaboratori e dei tecnici (sempre con aggiunti esterni) almeno formalmente sono allievi dell’Accademia.
Le prime due che invece sono messe in cantiere sono, diciamo così, due eccezioni.
La prima è una produzione esterna, il famoso “Rigoletto” nei luoghi originali (sull’onda di analoghe produzioni televisive realizzate su Tosca e Traviata), cioè il Palazzo Ducale di Mantova e dintorni, con la regia di Marco Bellocchio, la direzione di Zubin Mehta e la partecipazione dell’Orchestra Rai, in mondovisione e in diretta (lo trasmetteranno a mo’ di fiction in due puntate il 4 e 5 settembre prossimi) con un coro esclusivamente maschile (nessuna discriminazione, l’han voluto così Giuseppe Verdi e il suo librettista).
La seconda invece è una produzione normale in teatro, all’interno della prossima stagione operistica, di un’opera del ‘900, Death In Venice di Benjamin Britten (unico caso, fra i tre proposti nel famoso bando agli eventuali iscritti, in cui il coro è misto e dunque è possibile la partecipazione delle allieve donne).
Diciamo dunque che la storia potrebbe finire qui ed essere la testimonianza di una normale furberia al fine di risparmiare quattro soldi da parte del “datore di lavoro” sfruttando la necessità di lavorare di musicisti e cantanti, giovani e meno giovani.
Ma al danno si aggiunge la beffa.
Essendo l’opera di Britten piuttosto difficile il Coro viene convocato, nello scorso mese di maggio, per iniziare immediatamente lo studio di quella e addirittura a un certo punto viene comunicata la data in cui si terrà l’audizione per le cosiddette “particine” (vale a dire brevi frase solistiche affidate ai membri del coro o anche a solisti appositamente ingaggiati, la più celebre è “La cena è pronta!” della Traviata) alla presenza di direttore d’orchestra e regista giunti appositamente dall’Inghilterra.
Si svolgono dunque due prove ma subito si intuisce che qualcosa non va, il Maestro è scuro in volto e prolunga inspiegabilmente le pause trattenendosi a parlare negli uffici (si badi bene che queste prove musicali si svolgono nella sede dell’Accademia che è fisicamente staccata dal Teatro).
In seguito viene rimandata a oltranza la convocazione della terza prova e, alla fine, dopo vari silenzi, si scopre la verità.
La verità è che di due produzioni che si dovevano fare non se ne farà nemmeno una.
Per quello che riguarda l’opera di Britten l’Accademia subisce il veto del Coro della Scala – di recente impegnato in vari scioperi e azioni di protesta in veste di “difensore della Cultura Italiana” contro i cattivacci Bondi e Berlusconi ma in realtà attraversato dalle più bieche pulsioni corporative – il quale sostiene che non è possibile che un altro Coro calchi le scene del Teatro in una produzione normale (cioè non targata Accademia).
In realtà, questo lo pensano tutti quelli che hanno una certa esperienza, i colleghi “garantiti” sono attratti dalle ben 20 particine presenti nell’opera del compositore inglese le quali normalmente, in base al loro bel contratto integrativo che ora sono terrorizzati gli venga tolto sempre da Bondi, vengono pagate minimo 100 – 150 euro in più a testa per recita.
Stiamo parlando dunque di lavoratori super-garantiti che non avrebbero perso una lira del loro stipendio base se quell’opera l’avesse fatta il Coro dell’Accademia formato da allievi e altri lavoratori intermittenti: la guerra dei ricchi contro i poveri, dei garantiti contro i precari, dei vecchi contro i giovani, a questo siamo arrivati.
Ma purtroppo neppure il Rigoletto televisivo si avvarrà della collaborazione del Coro dell’Accademia.
Dopo una serie interminabile di “stop and go” – calendari di prove che appaiono e scompaiono, contatti con la produzione di Roma che si interrompono e poi riprendono e così via – accade che la produzione chiede le foto dei coristi e scopre che vi sono almeno 5 o 6 coreani che naturalmente non possono far parte di una specie di “ricostruzione storica – tableau vivant” di una vicenda ambientata nel 500 alla corte di Mantova.
Apriti cielo! L’Accademia si ritira offesa dalla partita lasciando nella merda anche tutti gli altri, non asiatici, che si erano presi l’impegno per questa estate, in taluni casi rinunciando anche ad altri lavori.
Nel frattempo si viene a scoprire che la produzione di Roma (Rada Film di Andrea Andermann) aveva già da mesi contattato un altro coro.
Alcuni provano a presentarsi direttamente a loro.
Riescono a parlare solo a quella che si presume sia una giovane stagista.
La quale, per timore di sbagliare, non dice di sì ma nemmeno di no.
Ed è molto probabile che il risultato finale sia un no, a meno di qualche fatto imprevedibile.
Ecco cosa succede a chi accetta di fare finte iscrizioni a corsi di formazione, peraltro lautamente finanziati dalla Comunità Europea e dalla Regione Lombardia, e anche a chi accetta di svolgere giornate di “lavoro non salariato”!


 





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