di Max Livi

[Max Livi è nato nel 1974 ha studiato lingue a Perugia. Nel 2005 ha concluso il dottorato in Sociologia della politica all’università di Münster e nel 2008 quello in Storia moderna e contemporanea all’università di Firenze. Dal 2007 è docente incaricato di storia contemporanea all’università di Münster dove dal 2009 dirige l’unità di ricerca “chiesa cattolica e modernità politica nell’Italia contemporanea” nel Cluster d’eccellenza “Religione e politica”]

Io sono un privilegiato e so di esserlo. Sono (ancora) giovane ed ho raggiunto una posizione di assoluto riguardo nei vari gradini della carriera accademica. Dirigo un progetto d’interesse nazionale in un centro d’eccellenza, ho un budget di ricerca a quattro zeri, un’assistente e faccio parte di un collegio di colleghi miei coetanei. Beh sì che c’entra, sono in Germania. Da quassù vedo le cose in maniera talvolta diversa rispetto ai miei colleghi italiani che, loro malgrado, sono costretti a parare ogni giorno i colpi inferti da un sistema che a me ha fatto paura da subito e per questo ho deciso di lasciarlo più di dieci anni fa.

Continuo a seguire però con interesse e sgomento le discussioni ed i loro destini e mi rendo conto che la situazione non è facile. Con più sgomento che interesse seguo però anche le discussioni, o meglio i dibattiti sul previsto o possibile pensionamento a 65 anni per gli ordinari, nei quali i miei colleghi non coetanei da qualche settimana sono impegnati sui quotidiani nazionali.

Lo sgomento è dato da alcune argomentazioni dei diretti interessati che, seppur molto ben fondate su numeri (quelli della finanziaria) e scenari politico-giuridici (riforma/e dell’università, sistema dei concorsi), per lo più sottendono e/o esplicitano apertamente alcune considerazioni direi poco eleganti se non riprovevoli sul valore intrinseco (e non) del lavoro di migliaia di persone che oggi, di fatto, sostengono sulle loro spalle una parte fondamentale dei processi interni al funzionamento degli atenei italiani.

Un po’ per inclinazione personale un po’ perché la lontananza si sa, è come il vento, e quindi ci fa volare più veloci sia con i pensieri sia con le parole, leggendo questi dibattiti mi è capitato di riflettere su alcuni punti e soprattutto di farmi una domanda: perché in Italia il pensionamento a 65 anni degli ordinari è vissuto dagli interessati come una punizione, o almeno così pare di capire dai discorsi di questi giorni?

Prima di tutto, però, le riflessioni. Seguendo forum, giornali e conversazioni più o meno private mi pare che nel mondo accademico italiano, trasversalmente ai ruoli, si sia giunti ad un punto in cui il problema (anzi i problemi) si aggrovigliano su sé stessi facendo il gioco di chi vuole marginalizzare ancora di più l’università dalla vita pubblica del Paese. È infatti per primo proprio il Governo che vuole che la questio dell’età pensionabile sia il catalizzatore del dibattito attuale, togliendo autonomia alla trattazione dei singoli problemi. In realtà i problemi che vi sono dentro sono principalmente tre e molto ben diversi l’uno dagli altri:

– il problema economico generale nelle amministrazioni pubbliche, che nella fattispecie dell’università riguarda prima di tutto i fondi di finanziamento ordinario degli atenei ed in seconda istanza, ad esempio, i fondi Inps ed altro ancora;

– il problema (oramai cronico) del reclutamento accademico

– last but not least – il problema generazionale (senza conflitto generazionale però) che affligge l’Italia soprattutto nei settori che si possono definire strategici.

Mi pare evidente che se si continua a pensare modelli che non vogliono superare il presupposto di un’unità indissolubile di questi problemi, non si arriverà mai ad una soluzione, né giusta né tanto meno sostenibile per lo sviluppo futuro.

Trovo quindi giusta l’argomentazione di quanti dicono che l’emergenza attuale obbliga in primis a difendere il FFO e la possibilità di continuare a fare concorsi all’università. Tuttavia non riesco a capire come ci si possa opporre al metodo Tremonti/Gelmini accettando implicitamente la visione unilaterale e direi unidimensionale che danno dell’università e del mondo che la compone.

Allora mi è capitato di riflettere (honi soit qui mal y pense) che parte integrante dell’idea del problema/monolite tutto sommato è anche lo spauracchio del “vogliono mandare via i vecchi e tenere fuori dalla porta i giovani”, che mi pare faccia gioco anche a quanti oggi si impegnano a mettere, in un’ipotetica gerarchia dei problemi, la questione generazionale nell’ultimo rango; come fa ancora oggi ad esempio Piero Ostellino sul Corriere.

Come altri prima di lui nei giorni scorsi Ostellino sostiene che un cambio generazionale è «logicamente ed empiricamente poco sostenibile», sottintendendo di fatto che, anche volendolo fare il ricambio generazionale, non ci sono in giro le competenze necessarie a coprire i ruoli lasciati liberi. Su affermazioni, o allusioni, così offensive e in generale gravi vorrei stendere un velo pietoso, perché se così fosse (ed è chiaro che non è!), quanto meno ciò sarebbe la conferma del fallimento completo delle strategie non già dei ministeri, ma di chi l’università l’ha governata direttamente negli ultimi 20 anni. Affermazioni così incitano spirali di cattiveria e strani pensieri, nonché perfide disfide come quella di pubblicare (per gioco) i CV di tutti gli ordinari sessantenni quando avevano 35 anni e confrontarli con quelli dei 35enni attuali.

Ma io non sono mai stato livoroso, e soprattutto non voglio alimentare nessuna spirale. L’articolo di Ostellino stimola però la mia malizia e mi fa ronzare in testa insistentemente la domanda di cui prima. Perché in Italia il pensionamento a 65 anni degli ordinari è vissuto dagli interessati come una punizione? Se è vero quel che dice Ostellino, che il Governo usa la formula del cambio generazionale per giustificare i tagli, mi pare altrettanto vero che molti nell’accademia usano la formula dei tagli per evitare il dibattito sul ricambio.

Un atteggiamento che oltretutto mi indigna doppiamente, sia per quanto appena detto sopra, sia perché così mi costringe implicitamente quasi a difendere una proposta del Governo (oh Gott! oh Gott!). Un atteggiamento che però mi porta a riproporre con forza, con molta più forza di quanto non faccia il Governo che la questione dei turn-over,  che poi è anche il pensionamento a 65 anni, vada affrontata ora e subito.

Certo, come corroborano alcuni degli interessati, la scelta sarà anche in controtendenza con quanto succede in generale nel mercato del lavoro. Ma l’università, mi pare di aver capito in 10 anni di attività accademica, non segue al 100% le regole del normale mercato del lavoro, così come (almeno nel reclutamento e nella gestione delle risorse) esse non sono seguite al 100% per nessun altro settore strategico in qualsiasi altro Paese dell’emisfero nord-occidentale. Almeno questo è quel che mi sembra di aver capito del mondo.

In Germania come altrove il pensionamento a 65 anni è prassi normale e, che ci si creda o meno, stiamo parlando di Paesi che hanno diverse università nei primi posti dei ranking internazionali.

Se da un lato si decide di rinunciare ad una maggiore esperienza, dall’altro con sistemi di questo genere  si segue la logica di voler garantire alla guida dei settori strategici (non solo l’università, ma quindi anche magistratura, ospedali, esercito, politica e quant’altro) un turn-over continuo ed un ricambio sostenibile al vertice di posizioni che per importanza economica, politica o culturale, sono direttamente responsabili dello sviluppo (inteso in senso il più ampio possibile) di un Paese.

In questi Paesi comunque, raggiunta la maturità scientifica che solo un 65+ può avere, i professori vanno sì in pensione ma, pur lasciando i compiti strategici, continuano ad avere un certo influsso intellettuale nella e sulla propria disciplina e (come nel caso della classe 1943-1944 che racchiude i più importanti contemporaneisti tedeschi) sul dibattito politico-sociale-culturale generale. Ciò garantisce la possibilità al sistema di essere continuamente gestito da persone che vedranno attivamente gli effetti a lungo e lunghissimo termine (10-25 anni) delle decisioni che stanno prendendo, avendo magari anche la possibilità di effettuare correzioni, o se fosse, di assumersene la responsabilità.

Certo, in Italia la situazione è molto più emergenziale di quanto non sia nel vicino “altrove” e pensare al futuro con prospettive addirittura di 20-25 anni è concretamente illusorio. Però, sempre per rimanere alla cronaca attuale, devo dire che è difficile avere 35-40 anni, una laurea in fisica nucleare, un dottorato, pubblicazioni, anni di ricerca scientifica alle spalle etc. etc. etc. e non sentirsi presi in giro quando si ipotizza che per i prossimi 8 anni a regolare ed influire al massimo livello sullo sviluppo energetico (nucleare) del nostro Paese sarà uno scienziato classe 1925. Il quale 85enne, solo per inciso e per nota (tragica) di colore, è un oncologo (quant’anche) universalmente lodato con la passione per la fisica.

In questo senso vediamo che il problema generazionale non è solo dell’università e vediamo che esso in fondo (ma anche in superficie) ha ben poco a che fare con le emergenze dei fondi: è una questione di mentalità!

Concludo ricordando provocatoriamente che la Merkel ha 56 anni, Christian Wulff (il nuovo Presidente della Repubblica tedesca) ne ha 51, David Cameron 44, Obama 49…