di Claudia Boscolo

In un articolo apparso sul n° 1 di Alfabeta2 (luglio-agosto 2010) e in seguito riproposto sul lit-blog Nazione Indiana, Andrea Inglese tratta alcuni temi che sono di interesse anche ai lettori di PrecarieMenti.

La prima questione posta dall’autore riguarda i criteri secondo i quali sia valutabile in termini di qualità il contributo effettivo del lavoratore intellettuale all’interno di una società in cui il declino dell’istituzione che tradizionalmente ne legittimava il lavoro non è più in grado di garantirne il ruolo e la giusta retribuzione. Inglese rivolge il proprio discorso all’università, ma in questa sede si può allargarlo e includere la scuola fra le sedi che legittimano il lavoro dell’intellettuale e fra i canali preposti a diffondere la conoscenza, visto che se il problema è il ruolo dell’intellettuale in Italia oggi, in Italia la docenza universitaria in moltissimi e illustrissimi casi storicamente giunge dopo un lungo apprendistato nei licei.

Dunque, Inglese sostiene che:

“Neppure i tentativi di riforma liquidatori dell’istituzione accademica possono farci dimenticare l’inevitabile dialettica che è sempre esistita tra la comunità scientifica ufficiale e titolata e le correnti ereticali, nate ai suoi margini o al di fuori di essa. È in virtù di queste correnti, d’altra parte, capaci di operare delle rotture epistemologiche, ma anche di sintonizzarsi e raccogliere le novità delle lotte politiche, dei movimenti spontanei, delle nuove identità sociali, che la figura dell’intellettuale ha assunto un ruolo critico, ossia la capacità di sfidare sia le pratiche specifiche dell’istituzione accademica sia quelle più generali dell’universo sociale e politico.”

Le correnti che operano ai margini o al di fuori dell’università mantengono quindi un ruolo critico, che esplicitano attraverso altri canali di diffusione delle idee. La Rete, che lo stesso Inglese individua come “uno dei principali spazi di raccordo tra questi saperi non centralizzati”, svolge un ruolo fondamentale come veicolo di condivisione della conoscenza e di discussione. L’azione dei lavoratori intellettuali non garantiti si declina esclusivamente al terzo livello individuato da Wallerstein e citato nell’articolo:

“Gli intellettuali agiscono necessariamente a tre livelli: come studiosi, alla ricerca della verità; come individui dotati di senso etico, alla ricerca del giusto e del bello; come soggetti politici, alla ricerca della riunificazione del vero con il giusto e il bello. Le strutture del sapere che sono prevalse negli ultimi due secoli sono ormai artificiose, appunto perché hanno affermato che gli intellettuali non potevano muoversi disinvoltamente fra questi tre livelli. Essi erano incoraggiati a limitarsi all’analisi intellettuale. E qualora non fossero stati in grado di evitare di esprimere le proprie passioni morali e politiche, veniva detto loro di separare rigidamente i tre tipi di attività.”

Ciò non sarebbe necessariamente un male, anzi è indispensabile sfruttare questo agire in Rete da soggetto politico come un rifiuto della rinuncia a un ruolo critico attivo, nonostante il declino dei luoghi tradizionali della riflessione sul potere e le presenti circostanze economiche. Tuttavia, ciò sarebbe meno arduo se questa presenza in Rete si configurasse come reale alternativa alle parodie di intellettuali “organici” che offrono i media tradizionali, in particolare la TV. Inglese fa riferimento alla critica d’arte di Sgarbi, tuttavia anche critici non “organici” e afferenti all’area politica opposta al governo in carica si sono ultimamente adattati alle modalità critiche parodistiche imposte dall’attuale governo, urlando dalla Rete invece che dalla TV, e rispondendo all’acculturazione forzata di destra con altre forme di acculturazione non meno risibili e detestabili. La questione dei criteri rimane quindi vitale.

Inglese allarga lo sguardo al mondo, e fa riferimento a una situazione globale. Non affronta però una questione più spinosa. Il ruolo dell’intellettuale è mutato in quanto i canali di diffusione del sapere sono mutati non solo in Italia ma nel mondo. A differenza del resto del mondo occidentale, in Italia è tuttavia in vigore una normativa sul lavoro che impedisce agli esuli dell’accademia di acquisire un ruolo ben definito e una retribuzione adeguata, indipendentemente da dove decidano di emigrare. Rimane dunque aperta la questione della retribuzione e quindi del sostentamento dell’intellettuale quando agisce al livello di studioso e di individuo. In questo senso i lavoratori intellettuali sono oggi confinati (parola che evoca brutti tempi proprio per gli intellettuali) a soggetti politici.

Veniamo dunque al cuore della questione. In altro luogo, questa volta virtuale, cioè il commentario ad un articolo pubblicato sul blog di Alfabeta2, Inglese si definisce come uno “che sostiene l’esodo dei lavoratori della conoscenza al di fuori dell’università, verso – ad esempio – la rete”, ma giustamente si chiede chi paghi il lavoro, una volta conquistata questa libertà. Ottima domanda.

Per articolare una risposta, sarebbe innanzitutto utile capire cosa intenda Inglese con “l’esodo dei lavoratori della conoscenza al di fuori dell’università” e in particolare verso la Rete. Come abbiamo visto, in Italia al massimo la Rete può garantire la sopravvivenza dell’intellettuale nel suo statuto di soggetto politico. Ma come sottolinea anche Inglese, che la Rete offra reali opportunità di lavoro retribuito, e magari anche adeguatamente, è una visione utopica che fa a pugni con ciò che è la prassi quotidiana del cognitariato precario, per intenderci quello che colleziona contratti a tempo determinato senza che vi siano concrete vie di uscita dalla spirale del lavoro intellettuale non tutelato. L’esodo dei lavoratori della conoscenza fuori dalle università deve innanzitutto confrontarsi con la normativa vigente in materia di occupazione e mercato del lavoro e sull’applicazione sistematica alla P.A. delle forme contrattuali sancite dal D. Lgs. n. 276 attuativo della legge 30/2003, quindi la sua estensione oltre l’azienda – per cui la normativa era stata originariamente concepita. Ciò significa che, in Italia oggi, un ricercatore precario che decida di uscire dall’università diviene lavoratore precario della cultura: mantiene intatto lo status di precario, di fatto ciò che impedisce una progettazione sia del proprio quotidiano che della propria attività intellettuale. Da ricercatore precario a lavoratore a contratto. Un grande passo avanti.

Inglese prosegue nel suo commento sostenendo che:

“[…] i precari di oggi aspirano ad essere i garantiti di domani; nell’università ciò è palese; vivono in una condizione ambigua; un concorso li può salvare; dall’oggi al domani passi dalla vivace e rude orizzontalità del precariato accademico all’antipatica e comoda torre d’avorio, di un contratto a tempo indeterminato.”

In risposta a ciò si potrebbe affermare che nessun concorso salva nessuno, perché i concorsi da associato e ordinario in Italia sono confezionati su competenze e affiliazioni già esistenti. Si tratta di un percorso senza sorprese, non certo di salvataggi in extremis. Questo non ha nulla a che vedere con l’attuale declino dell’istituzione a cui compete la riproduzione del sapere, ottundendo la ricerca, come scrive nel suo articolo. Se per lo meno la ricerca fosse livellata a favore di un accrescimento dell’apparato riproduttivo del sapere, si potrebbe parlare, in termini economici, di buono stato di salute dell’azienda. Ma ciò non è: i precari di oggi non aspirano a diventare proprio nulla, perché i garantiti attuali si stanno estinguendo esattamente come l’istituzione che li garantisce, senza che vi sia ricambio alcuno, se non previsto a tavolino. La funzione di riproduttori del sapere, che più prosaicamente corrisponde alla docenza a contratto, sopperisce oggi di fatto alla necessità di coprire i corsi sfruttando ricercatori precari e sottopagati che non possono aspirare a niente, se non all’esodo di cui sopra, o a uno molto più radicale, cioè l’espatrio (detto che la situazione oltralpe, oltremanica e oltreoceano non è affatto più rosea).

Al contrario, forse si dovrà proprio a questo declino dell’istituzione che garantiva il lavoro intellettuale un suo ripensamento radicale sulla base di criteri di valutazione della ricerca che siano standardizzati e validi su tutto il territorio nazionale. Ma è compito del governo (di qualsiasi governo) mettere mano alla questione dei finanziamenti alla ricerca calcolati in base ad una valutazione seria, di modo che le università non boccheggino e non siano costrette ad adottare modalità di riproduzione del sapere assimilabili al sistema di produzione di beni di consumo cinese.

Esclusa, quindi, a priori la possibilità di diventare i garantiti di domani, a cosa possono aspirare i precari della ricerca di oggi se non a diventare i garantiti dioggi in altri campi del lavoro intellettuale? E qui Inglese si dimentica di menzionare il fatto che, di nuovo, spetta al governo (a qualsiasi governo) mettere in opera un’azione legislativa che faccia pulizia di tutte quelle forme contrattuali sistematicamente applicate a tutti i settori del terziario avanzato, allo stesso tempo operando una esclusione di default da qualsiasi forma di ammortizzatore, e riducendo il lavoratore intellettuale a schiavo di un ruolo in cui non si riconosce più, sia perché privato della sua giusta retribuzione – cioè l’unica forma possibile di riconoscimento in un contesto sociale dove all’intellettuale è negata ogni altra legittimazione, essendo delegato il ruolo di mediatore culturale alla sua parodia “organica” – sia in quanto confinato a soggetto politico operante in Rete. Questa attività a cui è spinto da una pulsione etica, non è quantificabile in termini economici, ma è indispensabile oggi per portare avanti una battaglia culturale che conduca in ultima analisi a restituire una dignità anche economica al lavoratore intellettuale, agendo su quella parte della società colpita direttamente a livello normativo.* La Rete, che Inglese definisce “spazio di raccordo”, in questo paese è piuttosto un luogo di scontro fra chi tenta di esportarvi un modello di critica militante defunto e totalmente inadatto alle presenti circostanze socio-economiche (posto che tutte le possibili forme narrazione e di rappresentazione siano davvero in grado di agire sulla realtà modificandola) e alle conseguenti istanze del cognitariato precario a tutti i livelli, universitario e aziendale.

*Alcuni tentativi di interagire con il governo sulla questione della legge 30/2003 si possono trovare qui e qui.