[la prima parte qui ]

Chiudo gli occhi, d’improvviso mi sento stanca.
Maledetta.
Maledetta me e quella sera che mi è venuto in mente di scrivere.
È successo dopo il funerale, mentre i primi schiamazzi iniziavano a evaporare e ogni volta che ritrovavo quel volto il mio stomaco si contraeva, maledetto stomaco.
Se lo guardo in faccia, il marito – mi sono detta – se lo ascolto, gli chiedo, vedo strade, alberi, bar (gli stessi che anche lei respirava).
Se mi dimentico delle interviste all’Infedele, con Gad Ledner a cavalcare voci (peraltro importanti, ma pur sempre ascolti parziali, angolazioni di parte, di quella parte che chiede una giustizia inesistente pare, qualcuno sa se gli stipendi li hanno poi pagati?).
Se dimentico le ipotesi di alterazioni umorali, le filosofie da stress post partum post lavoro post rate del mutuo non pagate, se cancello la sovraccoperta con la scritta luminosa a ricordare che per le madri i figli sono il bene più prezioso (traduzione uno: le madri non rischiano volontariamente la vita, le buone madri almeno; traduzione due: non ci stava con la testa); insomma.
Se cancello quello che ho scovato su di lei – mi sono detta – e mi limito a guardare, ascoltare, da dentro, da quel dentro che è vicinanza di luoghi, corpi e umori, forse.
Forse cosa? Ancora me lo chiedo mentre il treno si ferma.
La camicetta bianca a sorpresa si è stropicciata, sembra pelle vecchia, cadente.

Mi infilo nel taxi farfugliando l’indirizzo memorizzato sul cellulare.
C’è profumo di limoni, uno di quei deodoranti da macchina infilato su una bocchetta dell’aria condizionata.
Faccio un pasticcio con la borsa, rischio di lasciare a penzoloni tra la portiera e l’asfalto una delle maniglie di plastica (le fanno solo così, pare, le borse di questa stagione primavera autunnale: enormi, mollicce e con ampie maniglie), comunque alla fine il taxi parte, con me dentro e il cuore che prende a urlarsi da solo.
La camicetta ormai, oltre che spiegazzata è bagnata di sudore.
So che non assomiglio neanche alla lontana a una di quelle serie professioniste perfette in ogni dettaglio, tranquille e sicure. Sorridenti mangiatrici di vite altrui da vomitare in altri forme, in altri modi, all’occorrenza.
Nel video che circola ormai anche nel web, il volto è dolce, ha i capelli scomposti ma con ordine, la pelle quasi fanciulla, tanto è liscia.
Nel video ha occhi scuri decisi, morbidi. Usa parole precise, ripetute, inframmezzate da qualche sbavatura che può essere sintomo di stanchezza, manifestazione istintiva di cosa? Nessuno ormai lo può sapere.
Stringo il cellulare tra le dita sudate.
Meritava che la sua storia fosse raccontata.
Non noto niente. Strade, vegetazione, negozi, case. Se ci sono, non li vedo e ci sono di sicuro ma sono io che – ancora – non ci sono (del tutto).
Non riesco a scacciare l’impressione di un torto enorme, come se l’avessi commesso io, come se avessi partecipato alla fiera dello sbudellamento del suo sangue, del suo corpo, della sua morte.

Il taxista mi dice che sono arrivata.
Pago e scendo.
Lui non c’è.
Non c’è nessuno.
Vorrei chiedere al taxista di aspettare, o di riportarmi direttamente indietro, alla stazione che già vorrei rubarmi una biglietteria self-service e farmi sputare il biglietto di ritorno (penso di rubarla, la macchinetta self service delle Ferrovie dello Stato, perché ci metto ore a completare la procedura automatica, mi agito, sbaglio a digitare, annullo continuamente).
Ma è tardi.
Il taxi non la vedo più, mangiato dall’orizzonte.
Mi torna in mente un articolo che ho riletto in treno.

M. non è morta per una violenza sul suo corpo di donna bella e gentile. M. è stata uccisa dal cortocircuito del sistema sociale, che lei stessa ha cercato di bucare, offrendole in pasto proprio il suo corpo, ultimo baluardo della sua dignità di persona e di donna. M. oggi è diventata un titolo da TG, un’apertura di prima pagina per i giornali nazionali. Eppure, ci sentiamo di rivolgere un appello a chi scrive, a chi si occupa di televisione e di radio: raccontateci ogni giorno questo mondo che sta soffrendo, che cerca di sopravvivere.[1]

Non c’è nessuno perché non c’è niente da raccontare.
Dovevo toccarlo con mano, questo nulla, per capirlo.
Questo
mondo che sta soffrendo
è un ologramma, un telefilm dai molteplici finali, l’ennesima banda ad assordarne un altro, di mondo, quello da io c’ero, l’ho vissuto, mi è successo. Solo quello è reale, tra i tanti reali che scheggiano un paese soffocato, un paese che pensa al turismo settembrino dimenticando che i bambini non sono valigie da infilare in questo o quel bagagliaio.
Non sono a Napoli.
Non avevo nessun appuntamento, non ho con me il portatile, né un registratore vocale.
Perché a nessuno è mai venuto in mente di protestare per lo stipendio non ricevuto togliendosi il sangue, usando il proprio corpo per urlare tutta quella disperazione che la precarietà economica porta a galla.
Perché tutto questo pensare che ho fatto, questa storia, di M. che può essere B. o C. o Z., nulla ha spostato, nulla pare cambiato nelle forme d’un sociale che di sangue si nutre ogni giorno, che è proprio di questo sangue che ha bisogno per continuare a ingrossare ventri marci, sporchi e grassi (poi, siamo seri, muore un sacco di gente per il business dei farmaci, per le ricerche mai portate a termine, le cure mai messe in commercio, le diagnosi approssimative e l’igiene instabile, fattore umano a parte che di suo fa già molto; siamo seri: quest’infermiera ha donato un po’ di sangue, era decisamente esaurita per la crisi, impegni economici e figli a dare il colpo di grazia. Siamo seri, cazzo).
Mi tolgo la camicetta, resto con la canottiera intima, dieci euro al mercato ormai cinque anni fa.
Non sono la bella redattrice fresca e frizzante che torna da una missione scuci, registra, riassembla.
Non ho il sorriso enorme di Anne Hathaway, il tailleur lucido e talmente stretto che le cosce hanno perso alcuni piegamenti abituali (ma sembrano magrissime), non c’è il faccione abbronzato del capo redattore che attraverso lo schermo dell’iPhone mi sorride, non sento la sua voce a chiedere hai registrato? Ti sei ricordata la liberatoria? Lo hai fatto piangere?, pensando affamato a quale rubrica destinare la mia trasferta.
E non ho nemmeno un certo senso dell’umorismo.
Altrimenti richiamerei il taxi, mi farei portare al mare (a Napoli c’è ancora il mare, no?) e manderei a fanculo sto gran mondo di merda.
Peccato non essere partita, insomma.
Che di M. avrei potuto scrivere in molti modi, e solo questo ho trovato.
Peccato che un video con il volto, la voce e le parole di M. esista davvero. Altrimenti avrei potuto prendere qualche pezzo qui e là, dei miei pensieri confusi tra media e web, e farne un racconto, una di quelle robe da take away, istant book o antologica a tema, che fa tanto Scrittore Impegnato.

Peccato allora, peccato anche solo averlo visto, quel sangue, sulla camicetta bianca sgualcita, sporca e unta di sudore.
Il sangue di M. che non se ne vuole andare, non cede a lavaggi, additivi, smacchiatori industriali.
Lui,
il sangue,
è diventato bianco
ma è ancora lì.
Tanto non se ne accorge nessuno.
Una camicetta bianca
è un bluff.

[Dedicato a Mariarca Terraciano
e alla Sua,
di storia,
che non è questa
e che non saprò mai]

[1] Lo stralcio liberamente riportato è di un articolo di Gianni Rossi, apparso su Aprileonline.info del 16 maggio 2010.

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