Quello che segue è un racconto.
Non è la ‘storia vera’ di.
E’ il racconto di un’altra storia, che sfiora frammenti della cronaca italiana recente per poi partire su binari vicini e lontani a un ‘reale’ piegato dal narrare.
Certe storie, certe voci, certe cronache, escono dai titoli che scorrono, dalle notizie usa e getta, e ci restano addosso – silenziose – finché trovano altri modi per ‘uscire’.
Bg

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Una camicetta bianca
di Barbara Gozzi

“ Può sembrare un atto folle,
ma voglio dimostrare che stanno giocando
sulla pelle e sul sangue di tutti.
Vedere il sangue rende evidenti le difficoltà
nostre e degli altri ammalati.”
M.T. (intervista a Julie Tv, Maggio 2010)

L’ho scelta senza pensarci troppo.
Mi sono fermata alla galleria del centro commerciale il giorno prima (credevo di avere qualcosa di adatto, ho ribaltato il guardaroba e mi sono dovuta arrendere).
Ho sbirciato le vetrine, volevo capire cos’è che vuole lo style di questa primavera autunnale, perché era di quello che mi dovevo occupare, il resto era tutto pronto.
Alla fine ho comprato una camicetta bianca, d’un tessuto che se è cotone lo hanno di certo trattato a dovere: lucido, morbido, spesso da non diventare trasparente in quel modo volgare che mi mette a disagio, giusto i risvolti delle maniche lasciano intravvedere la mia pelle chiara attraverso la stoffa.

Mi sono preparata con cura, nervosa già dalla notte precedente, ho dormito poco, e mi sono ritrovata di malumore davanti a un caffè nero annacquato con lo stomaco a rifiutare ogni consistenza solida (preparare la moka era fuori discussione, mi mancava solo uno sputo di macchia sulla camicetta e la crisi non me l’avrebbe evitata nemmeno il capo redattore).

Il viaggio verso Napoli è lungo, annoiato.
Il treno fa il suo dovere, l’alta velocità funziona. Sono io che non ci sono, il mio – di dovere – diventa pesante ogni ora strappata all’incontro, ogni chilometro che tolgo tra me e lui.
Credevo di poterlo fare, credevo fosse sensato, necessario.
Al capo redattore non dispiacciono i miei colpi di testa, sa che non sono una giornalista, probabilmente gli vado bene per quello, non gliel’ho mai chiesto ma mi annoto mentalmente di farlo tornando dall’ennesima trasferta nel piccolo bagno (abbastanza pulito, il pulsante dello scarico resta bloccato qualche secondo più del necessario sputando troppa acqua).
La tratta è lunga, da Bologna a Napoli c’è tutto il tempo per pensare.
E io sono a buon punto.
Sono settimane che non faccio altro, la testardaggine è un difetto, mio nonno me lo diceva sempre.
Il 15 maggio, quando c’è stato il funerale, ero al culmine dell’interesse. Mi sembrava che tutto quel valzer (il solito, per casi come questo, in quest’Italia), mi sembrava che tutto quel vociare, immaginare, giudicare, sentenziare, coprisse appena le colpe di chi sopravvivendo tenta giustificazioni, si para il culo sostanzialmente.
Le ci sono voluti tre giorni, per morire.
Prima aveva digiunato.
E si era fatta togliere del sangue, ogni giorno una certa quantità, ogni giorno la stessa quantità che da lei usciva, se ne andava.
Doveva essere una protesta, un grido d’aiuto, un richiamare quell’attenzione che sembrava mancare, sfuggire.
E se è morta l’epilogo non ha bisogno di altri chiarimenti.

Fisso i bordi del portatile. Ho una cartella ben nutrita di documenti archiviati rubati alla carta e alla virtualità e salvati lì. Ogni tanto ne apro uno, lo sbircio.
La sua storia non avrà bisogno di chiarimenti ormai, ma è anche per ciò che è rimasto dopo la sua morte, che vado a Napoli.
Adesso che è morta, che la sua storia è stata raccontata (anche piegata, certo, deformata, parzializzata, resa tutto e niente, certo, ma raccontata), adesso che si sono nominati gli stipendi non pagati, la solita stantia malasanità italiana, il lavorare tra malati e tagli ai budget, adesso. Il disgusto raggiunge il suo apice.
Lo faccio per questo.
E per lo schifo addosso, la rabbia.
Ho mosso ogni possibile conoscenza, finché il marito ha accettato.
«Quella di sua moglie non è una storia che è stata raccontata da dentro», gli ho detto proprio così, al telefono la prima volta che ha accettato di parlarmi. Ce l’ho messa tutta.
Volevo convincerlo, dovevo.

Oggi è una giornat
a di sole caldo e colori brillanti, perfino il finestrino opaco pieno di ditate me li restituisce intatti.

Oggi lo incontro e penso che della storia di sua moglie non frega più un cazzo a nessuno.
Penso che del corpo delle donne si dice da un po’ perché d’improvviso ci sono talmente tante cose da dire che ovunque lo si fa. Perché pare non lo si possa più ignorare, il corpo delle donne, in quest’Italia, in questo tempo che sfrutta, esibisce, scandalizza, educa, scarnifica, fagocita.
Penso che a lei, a sua moglie, di tutto questo dibattere sul simbolo del sangue che ha donato, sulla disperazione di chi lavora e non viene pagato, sulla presunta condizione mentale alterata in cui si trovava gli ultimi giorni; a lei, di tutto questo probabilmente interessava il giusto. Lei chiedeva solo ciò che le spettava, ciò che spetta a ogni altra persona nelle sue condizioni. Quali che fossero poi, queste condizioni.
Dai giornali non si capisce mai.
Da interviste, servizi e video, peggio ancora.
Le condizioni in cui vivono gli italiani, chi le conosce?
Chi le vive, forse? Altrimenti: chi decide, legifera, governa, vara, dichiara?
Non si capisce, almeno, io non lo capisco.

[segue]

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