di Valentina Fulginiti

I meccanismi di controllo.
Lavoratori non pagati, chiamati a fare di tutto sotto nomi altisonanti come quelli di marketing e comunicazione, e in un turnover continuo: questa è la realtà nascosta di tanti, troppi, “stage post-laurea”. Ma possibile che nessuno se ne accorga? Se il tirocinio è un’esperienza formativa, perché non esiste controllo? E se il controllo formalmente esiste, chi controlla i formatori?
In molti casi, le aziende pubblicizzano direttamente il loro “tirocinio”, su siti specializzati o bacheche elettroniche per la ricerca di lavoro. Sta al candidato, in quei casi, valutare la serietà dell’offerta – magari, suggeriamo noi, appoggiandosi a testate come quella fondata e diretta da Eleonora Voltolina, La Repubblica degli Stagisti, che da anni compie un’operazione di denuncia delle violazioni più gravi e segnala, invece, le esperienze più serie e formative.
Diversa è la questione, se le offerte appaiono su siti di università, o se la firma del contratto avviene mediante programmi nazionali e banche dati come quella del progetto FIXO, conclusosi la scorsa primavera. In questi casi, la garanzia dovrebbe essere costituita dalla serietà dell’agenzia formativa in questione, oltre che da un monitoraggio su entrambi i fronti, a tutela non solo dell’azienda, ma anche del laureato da inserire professionalmente. In molte delle esperienze raccontate, invece, il ruolo dei tutor universitari (o del docente che fa da garante dell’esperienza) si è limitato alla firma di un modulo.

Così nel caso di Francesca: “Ho inviato numerosissimi curriculum vitae utilizzando indirizzi e richieste presenti sul sito della mia Università, nella sezione dei tirocini. Non mi è stata proposta una formula contrattuale, semplicemente abbiamo seguito l’iter informatico e burocratico proposto dall’Università attraverso l’ufficio didattico. Dopo aver adempiuto queste pratiche, compreso l’inserimento della firma di un docente, l’Università non si è più interessata in alcun modo e non ha monitorato per niente il percorso del mio stage.” Una presenza più attiva e vigile sarebbe forse auspicabile. Sempre che le università non si schierino preventivamente dalla parte delle aziende, anche quando queste vengono colte con le mani nel sacco.

A questo proposito, è da manuale la storia di Iolanda, che ha avviato il proprio tirocinio attraverso un programma nazionale (la banca dati FIXO, un progetto di recente concluso), sul sito dell’Università dove si era laureata, e presso un ente pubblico: “Subito dopo la mia laurea specialistica in Lettere Moderne, a marzo del 2008, mi sono iscritta all’ufficio tirocini di Bologna. Tramite il progetto Fixo, nel settembre successivo mi è stato proposto di svolgere un tirocinio presso i Musei Civici d’Arte Antica di Bologna. Feci il colloquio e poi, essendo stata scelta insieme ad un’altra ragazza, decisi di rimanere a Bologna, continuando a pagare l’affitto. Mi misi a cercare un lavoro part-time che mi avrebbe permesso di mantenermi e allo stesso tempo di svolgere le trenta ore settimanali previste dal progetto; il tirocinio era ovviamente gratuito.” Si arriva al paradosso, per cui lo stagista lavora per pagarsi il tirocinio gratuito. Il problema della sopravvivenza dello stagista viene tuttavia preso in considerazione dal Comune, con gli effetti paradossali che seguono: “Avevamo iniziato da una settimana, quando il Comune di Bologna bloccò tutto perché il contratto non era valido. Infatti, secondo una legge sfuggita all’attenzione di tutti, il Comune si vietava di impiegare tirocinanti a titolo gratuito, obbligandosi a corrispondere una cifra, anche minima, a titolo di rimborso spese. Il nuovo contratto prevedeva 150 euro lordi complessivi per tre mesi di tirocinio, poco più di un euro al giorno che di spese riesce a coprirne ben poche anche in un Paese del terzo mondo, figuriamoci in una città costosa come Bologna”. 
Insomma, ad avvalersi di manodopera formata e gratuita non ci sono solo aziende private e “capitalisti senza scrupoli”. Spesso sono proprio gli enti pubblici (o agenzie private sovvenzionate con fondi statali) che usano il lavoro non retribuito di stagisti, dal turnover continuo, per coprire i buchi di organico, rimpiazzare le carenze di personale, tirare a campare coi bilanci ridotti al lumicino dai continui tagli. Ci si trova a fare da “tappabuchi”; i tre mesi nell’area comunicazione diventano tre mesi a staccar biglietti e dar via volantini, con effetti deleteri sulla formazione: “Il tirocinio doveva svolgersi all’interno della sezione didattica del museo, riguardando la realizzazione di visite guidate e laboratori con bambini e ragazzi, oltre a mansioni di segreteria per registrare prenotazioni e dare informazioni ad insegnanti e gruppi esterni. Il tirocinio è stato effettivamente interessante, ma la formazione avveniva in realtà in una sezione didattica quasi del tutto priva di personale specializzato (persone andate in pensione e non rimpiazzate dal Comune) e comunque non sufficiente per mandare avanti la normale attività del museo. Tuttavia l’impegno mio e della mia collega è stato massimo ed i risultati molto buoni, ricevendo giudizi positivi e apprezzamenti da parte sia del responsabile della sezione che degli utenti del museo. Nonostante questo, non ci è stato mai proposto di rimanere, né è stato mai fatto riferimento ad una futura possibilità di impiego. I tre mesi iniziali sono stati prorogati e quindi sono diventati sei, coprendo quasi tutta la stagione didattica del museo (da settembre a marzo). Nell’anno successivo, in settembre, sono state prese altre due ragazze alle stesse identiche condizioni.

Lo stage, anziché essere un momento formativo, diventa un mezzo per sopperire alle carenze di organico, tenendo in piedi stagioni compromesse dai tagli. Del resto, le competenze che pure Iolanda riconosce di aver acquisito, dove potrebbero essere applicate? In quale altro museo potrebbero esser fatte valere, nello stato pietoso in cui versano i finanziamenti alla cultura?
Tuttavia, che realtà culturali, al servizio della collettività, si avvalgano degli stessi meccanismi di sfruttamento e turnover impiegati dai privati, appare quantomeno in contrasto con gli ideali di humanitasincarnati dal sapere e dalla cultura che in essi si produce. Non sarebbe opportuno prevedere che, per beneficiare di sovvenzioni statali e regionali, un’impresa culturale debba evitare di avvalersi di personale non in regola, e stabilire un tetto al numero di “stagisti” impiegabili ogni anno? E per quanto riguarda gli enti pubblici, non sarebbe opportuno fissare per legge anche un tetto minimo al rimborso da erogare, per evitare soluzioni ipocrite come quella di pagarli 1 euro al giorno?

Senza condizioni

Le storie raccolte hanno in comune poco o niente, dal punto di vista delle mansioni svolte, delle provenienze regionali dei candidati, delle età e degli ambiti culturali precedenti. Hanno invece quasi tutto in comune, dal punto di vista contrattuale. Niente rimborsi spese per le trasferte (con la citata eccezione di Banca Intesa); niente o pochissimi buoni pasto (“28 ore settimanali, c’è un rimborso spese fisso mensile, il pranzo dovrebbe essere compreso ma non sempre lo è, conviene comunque portare qualcosa da casa”, racconta Barbara), nessuna retribuzione o, nella pi
ù rosea delle ipotesi, paghe da fame, concorrenziali con la paghetta di mamma e papà.

Altro punto in comune, la vaghezza delle mansioni richieste, su cui facilmente si innestano strategie di mobbing come quelle subite da Federica, e, in molti casi, la totale discrepanza rispetto a quelle prospettate inizialmente. I candidati si adattano alle nuove richieste con umiltà e serietà, ma è difficile capire come inserirsi in contesti che cambiano di continuo. Soprattutto se all’azienda o all’ente non interessa affatto il loro inserimento: tra sei mesi (o tre, o dieci), si cambia, e arriva il nuovo stagista. Che, da ultimo arrivato, è nella posizione perfetta per diventare il capro-espiatorio e il parafulmine di tutte le tensioni. L’elemento di umiliazione, anche quando non sfocia in un vero e proprio mobbing, sembra essere la costante di queste storie, come riassume l’accalorata protesta di Iolanda:  “Accanto a ciò, e nonostante ciò, un lavoro che mi è piaciuto (peggio per me), tanto da accettare di tornare anche quest’anno, solo per un laboratorio da fare con bambini, ovviamente non retribuito. Tu penserai,o forse no (ma tanto lo hanno pensato, più o meno esplicitamente, tutti quelli con cui mi sono trovata a parlare) che sono proprio scema; no, dico io, sono una precaria! e qui “precaria” non è solo un aggettivo, ma una forma mentale, un modo di vivere, solo superficialmente accettato, ma inaccettabile; una precaria che dopo la laurea ha lavorato in un negozio e lavora ora in un ristorante, e che le uniche cose interessanti che ha fatto in questo paese per vecchi, più o meno attinenti al suo percorso di studi, le ha fatte come volontariato (pur sempre onorevole) o come tirocinio non pagato e senza prospettive concrete (umiliante).”
L’umiliazione non è un elemento particolare, tipico di una singola esperienza: è invece una componente strutturale di questo meccanismo perverso. La svalutazione delle competenze e delle abilità di un’intera generazione (oltre che dei suoi percorsi formativi, prima enfatizzati oltre il giusto e poi derisi come non adeguati o puramente “libreschi”) è funzionale al continuo turnover, che trasforma il non-salariato in una pedina senza valore, perfettamente sostituibile nel gioco dell’azienda.

L’identikit del lavoratore “non-salariato”.

Le storie raccolte si assomigliano anche per un altro motivo comune: il profilo tipico dello stagista laureato. Che ha meno di 30 anni e una laurea in materie umanistiche con ottimi voti. O magari ha più di trent’anni, e a una laurea ha aggiunto un dottorato di ricerca. E che spesso, contrariamente agli stereotipi, non è completamente imberbe. Qualche esperienza alle spalle ce l’ha: altri tirocini, oppure lavoretti stagionali e part-time (magari in nero) svolti durante gli studi per non pesare troppo sulla famiglia, ma vorrebbe finalmente sperimentarsi in ambiti attinenti alla laurea conseguita, oppure maturare un’esperienza più solida e in linea con le richieste del mercato. Di fronte al vuoto della ricerca di lavoro, arriva la scelta di accettare il tirocinio gratuito. La famiglia, spesso, appoggia il/la giovane, preferendo accollarsi altri sei mesi di mantenimento invece di mandare a monte anni di sacrifici, o nel timore che i lavoretti da cameriere, commesso e barista si cristallizzino per una durata indefinita. Altre volte, lo stage è l’unico guizzo in un mercato immobile, e lo si sceglie come alternativa al rimanere passivi e disoccupati. Soprattutto nel primo caso, si tratta di un vero e proprio ricatto etico: sembra che i lavori culturali siano accessibili solo a chi può permettersi di lavorare gratis, acquisendo le famose “competenze” richieste dal mercato, e costruendosi un “curriculum” all’altezza della situazione. Dopo pochi mesi, però, lo stage, a quelle condizioni così umilianti,  si rivela inutile, se non altro perché il turnover non è una condizione transitoria, ma stabile. Alla proposta del rinnovo (se pure arriva), i soldi della famiglia cominciano a scarseggiare, o più semplicemente non si vede il motivo per cui la propria famiglia dovrebbe sovvenzionare un’esperienza percepita come inutile e “umiliante”.Lo stagista rientra quindi nella propria normalità di sotto-occupazione (a volte illegale), o di non-occupazione rassegnata, uscendone con la convinzione rafforzata che “Certi lavori sono solo per chi ha contatti”. Davvero un’esperienza formativa.

Reagire, ma come?

Reagire individualmente, innanzitutto. Cercando di uscire dall’isolamento. Storie come quelle raccolte dimostrano una volta di più che non si tratta di un problema isolato, di sconfitte personali da viversi in bruciante solitudine. Non si tratta di fallimenti individuali (come  sia tanti politici, sia troppi imprenditori disonesti vorrebbero dimostrare) né dell’incapacità di una generazione più europea, più navigata e più veloce di quelle che l’hanno preceduta (si veda a proposito l’ultimo rapporto di Alma Laurea sui Laureati 2010). Bisogna uscire dall’avvilente logica da reality show, che separa i “vincenti” dai “perdenti” e che, non a caso, costituisce un pilastro della cultura dei call centre, come notizie di cronacahanno recentemente dimostrato.
Purtroppo, molti di quanti hanno subito esperienze umilianti non ne parlano volentieri, attribuendole alla propria incapacità, debolezza o assenza di preparazione. Raccontare serve, invece, per rendersi conto che la partita era truccata in partenza. Serve per riportare le esperienze nei loro cardini e, soprattutto, dare il giusto nome alle responsabilità etiche e politiche di ciascuno. Di chi sfrutta, e di chi è sfruttato.

Raccontare, però, non basta. Così come non basta, individualmente, rifiutare le proposte indecenti, dire no a chi ti propone sei mesi a zero euro lordi, senza buoni pasto e senza prospettive di assunzione finale. Reagire collettivamente, ecco il secondo passo.

Iniziative lodevoli come quella citata di La Repubblica degli Stagisti– ma anche Giovanna Cosenza, sul suo blog Disambiguando, propone spesso stage selezionati e seri, accogliendo riflessioni e testimonianzeutili in materia – possono indirizzare i singoli alla ricerca di un percorso che non sia di totale sfruttamento; e possono anche promuovere azioni utili, talora smascherando furbetti e prepotenti. Ma ancora tanta strada è da fare, per riportare il problema degli stage, e del lavoro non-salariato, alla sua naturale dimensione: che è quella del lavoro, e del giusto compenso di questo lavoro, che dà concreto valore della sua dignità. Non importa dove avvenga questa lotta, se nei collettivi universitari – da cui spesso si esce al finire dell’esperienza di studio, confermando la triste e artificiale separazione tra “formazione” e “precariato” – o nei sindacati, o persino nelle associazioni di categoria (le uniche disponibili per date figure professionali, come quelle di traduttori e redattori), o forse in forme nuove, che ancora devono venire. Per cominciare a contarsi, anche la rete può funzionare: stare in rete per uscire dalla rete, però.
Da ultimo, nella posizione di chi uno stipendio (magari precario) ce l’ha, si potrebbero evitare i giudizi sarcastici o aggressivi, e tendere invece una mano alla stagista ultima arrivata. Coinvolgerla nelle lotte. Non is
olarla, non lasciarla sola mentre i capi la fanno a pezzi, magari gongolando perché “è così giovane e chissà chi si crede di essere”. Non nascondere l’invidia per il suo master dietro al disprezzo per la sua presunta incapacità. Non è lei il tuo nemico. Non è lei che ti riduce lo stipendio. È, semplicemente, una come te, un gradino sotto di te.

Le testimonianze sono state raccolte in diverse realtà del Nord e del Sud Italia, tra cui Milano, Bologna, Cremona, Bari, Enna e altre. Alcuni nomi sono stati modificati, e alcune provenienze omesse, per tutelare, oltre alla privacy degli intervistati, anche le loro future possibilità di impiego. Tutte le storie raccolte sono purtroppo autentiche.

[4 – fine]