di Valentina Fulginiti

Il lavoro dei tuoi sogni
Molti iniziano da un tirocinio per acquisire competenze pratiche in ambiti dove hanno poca o nessuna esperienza concreta, nella speranza di portar via almeno un po’ di preparazione specifica, di imparare concretamente come funziona una biblioteca, un museo, un teatro, una redazione, un ufficio stampa.  Altri, invece, come Francesca che era stata attratta dalla parola “marketing”, sognano di acquisire le competenze pratiche tralasciate in corsi di studio umanistici, tradizionalmente pensati come “anticamera” per una carriera di insegnanti e nulla più: “La cosa mi interessava, sia perché il progetto era molto importante, sia perché speravo di imparare qualcosa di nuovo e spendibile anche in altri ambiti.”
Ma c’è anche chi si adatta allo stage per svolgere lavori ai quali non aveva mai pensato, e che non c’entrano nulla con la propria formazione. In casi simili, lo stage è semplicemente il nome di comodo dato a un contratto che non verrà mai firmato. In parole povere, una truffa per risparmiare sui contributi e dribblare qualsiasi obbligo contrattuale.
Ce ne parla Barbara*, maestra di nido precaria, anch’essa anonima per timore di ritorsioni: Non c’è stato nessun monitoraggio sul mio lavoro; inoltre, nel corso dello stage, non sono stata affiancata a nessuno di preciso. Una volta imparato il lavoro, ho iniziato ad avere le stesse mansioni degli altri lavoratori, l’unica differenza è il tipo di contratto.”A differenza che nelle altre testimonianze, qui almeno è previsto un rimborso spese. Come ci spiega Barbara: In questo determinato ambiente non credo venga assunto nessuno a titolo gratuito”. Il futuro è altrettanto nebuloso che negli altri casi, però: “Lavoro qui da sei mesi perché, nonostante non abbia mai smesso di cercare, non ho ancora trovato nulla di meglio. Probabilmente mi sarà chiesto di rimanere visto che si tratta di un ambiente lavorativo in forte espansione. Le condizioni le scoprirò probabilmente in tempi non utili. Se tuttavia la paga oraria e il contratto non miglioreranno, dubito di accettare”.
Il fenomeno del lavoro sotto-pagato o non-pagato camuffato da stage è infatti trasversale. Tocca le scuole private dove ai docenti viene chiesto di allungare gratuitamente l’orario di lavoro (chissà quanti genitori ne sono a conoscenza) e asili nidi sempre più simili ai baby-parking dei centri commerciali; tocca i supermercati e le grandi catene di abbigliamento, dove si viene presi come stagisti per fare le commesse o i magazzinieri.  E mentre ministri e sottosegretari (a cui, per carità di patria, non domandiamo che mestiere svolgano i figli) esortano i giovani ad “accettare qualsiasi lavoro”, c’è chi dopo due lauree e un tirocinio, arriva alle stesse conclusioni, e torna a fare il cameriere in nero, che almeno ti pagano in contanti. La laurea finisce in un cassetto, insieme alle speranze e ai sogni. Salvo uno: quello, ormai ossessivo, di fare le valigie.

C’è chi dice no?
La domanda sorge spontanea: perché persone giovani, preparate, con buona padronanza di una o più lingue straniere, si adeguano alla proposta indecente di un finto stage, cioè di un lavoro non retribuito che spesso si profila come una perdita di tempo fin dal primo giorno?
A spingere molti è la fame di esperienza qualificata, da poter inserire nel curriculum. Se non hai esperienza non ti assumono, se non ti assumono non fai mai esperienza; pur di rompere il circolo vizioso, si accetta di lavorare a titolo gratuito. Così, ad esempio, Iolanda, laureata in lettere e stagista per sei mesi ai Musei Civici d’Arte Antica di Bologna: “Pienamente a conoscenza delle condizioni economiche e consapevole che ottenere un contratto regolare nel museo a scadenza del tirocinio fosse un’ingenuità, accettai perché non avevo al momento proposte di lavoro retribuito attinenti al mio titolo di studi, e perché un tirocinio non pagato ma interessante era sempre meglio che essere impiegata a tempo pieno in un lavoro che non aveva niente a che vedere con la mia laurea e che non avrebbe mai potuto darmi la giusta gratificazione rispetto agli anni di studio passati. Era chiaro, in quella situazione, che il mio fosse solo un modo di prendere tempo, in attesa di una proposta migliore; ma almeno potevo approfittarne per fare un po’ di formazione.”
Spesso, tuttavia, la fame di esperienze “formative” si somma ad altri fattori, decisamente più prosaici, come la mancanza di lavoro tout court. Come racconta Barbara: “Non avevo grandi aspettative, ho accettato perché non ho trovato niente di meglio. Ero consapevole delle condizioni economiche. Ho accettato l’offerta a causa della scarsità di offerte di lavoro. Tra le numerose offerte di stage invece, questo era il più conveniente a livello di ore, durata dello stage (10 mesi) e rimborso spese, soprattutto se messo a confronto con molti altri stage che richiedevano un impegno a tempo pieno, a parità di retribuzione (o addirittura con rimborsi spese inferiori).”
Come Iolanda, Francesca, Barbara e le altre, un’intera generazione “prende tempo” di fronte alla crisi. Tampona la momentanea situazione di disoccupazione con il fare “qualcosa”, che è “meglio di niente”. Il punto è se l’Italia possa permettersi di fare come loro, con il rischio di perdere, oltre al proprio tempo prezioso, anche le migliaia di giovani che ha formato.

[3 – continua]

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