di Valentina Fulginiti

Mobbing e autostima
Trovarsi ad aspettare indicazioni per sei ore di fila, come è capitato a Francesca, non è di sicuro un balsamo per l’auto-stima. Da questo punto di vista, il suo caso non è affatto isolato. La parola “umiliazione” ricorre, infatti, in molti dei racconti di stage non pagati. Non solo inutili ai fini dell’inserimento lavorativo, esperienze del genere rischiano di essere addirittura controproducenti per il lavoratore inesperto, che finisce per interiorizzare la situazione di stallo, attribuendola a se stesso e ai propri “limiti”.  Spingere il lavoratore a sentirsi un “fallito” è una pratica assai diffusa, che ha un nome ben preciso: mobbing. Il lavoratore “mobbizzato”, pur nella sofferenza, può almeno rivolgersi ai sindacati, che hanno relative possibilità di azione nel quadro di una cultura giuslavoristica che finalmente è arrivata a contemplare questo tipo di angheria. Ma chi difende lo stagista mobbizzato?
Questa è, ad esempio, la storia di Federica* (di cui tuteliamo la reale identità), laureata magistrale in un indirizzo umanistico: “Ho fatto alcuni lavori in nero nei mesi immediatamente successivi alla laurea, poi nel mese di settembre la soffiata. Alcuni amici mi chiamano agitati dicendomi che si è liberato un posto come ufficio stampa in un importante teatro della città. La mia vocazione, la città che amo e finalmente una realtà teatrale pubblica, che promuove un teatro non commerciale, di nicchia e attento ai giovani… sembra un sogno. Ci credo. Nel giro di poche ore mando il curriculum e ricevo una telefonata per fissare il colloquio. Nel frattempo vengo a sapere che conosco la persona che ha lasciato il posto, provo a contattarla, la chiamo e le lascio dei messaggi ma non ricevo risposte. Sembra non voler lasciar tracce o testimonianze del suo passaggio.”
Questo silenzio però non insospettisce l’aspirante addetta stampa, che invece si presenta al colloquio e lo supera brillantemente. Riceve una proposta, non esaltante a livello economico ma che decide comunque di accettare: “Mi spiegano che è una situazione di emergenza, si tratterebbe di salire su un treno in corsa a stagione iniziata, mi rendo disponibile al sacrificio e mi spiegano il tipo di contratto. Un contratto a progetto di 3 mesi a 1500 euro totali pagati alla fine dei 3 mesi di prova, alla fine dei quali verrà deciso se assumermi con contratto di un anno a 800 euro al mese a tempo determinato, la clausola è che se mollo prima dello scadere dei 3 mesi non vedo un soldo e se invece mi licenziano loro alla fine dei 3 mesi mi pagano ugualmente. Mi sembra onesto. Il lavoro che sogno, laureata da poco… qualche mese di prova ci può stare.”
Le mansioni, come le descrive Federica, sono “le più classiche di un ufficio stampa: rassegna stampa on-line la mattina entro una certa ora, archivio degli articoli, contatti e sistemazione dei database, preparazione dei comunicati stampa, preparazione della conferenza stampa e contatto con i giornalisti”.
Il sogno però, comincia presto a trasformarsi in un incubo.“Nella seconda settimana faccio la conoscenza del secondo direttore artistico attorno al quale c’è un’alone di mistero. In realtà non mi si presenta, scopro della sua presenza da una lite furiosa che scoppia tra lui e due  miei colleghi. Sento urla e insulti, rimango piuttosto sconcertata ma mi dicono di non farci caso. (…) Mi viene chiesto un certo tipo di comunicato stampa, i primi giorni per scriverne uno ci metto una giornata mi torna indietro respinto, ancora, ancora e ancora. Pian piano imparo, ma mai in 3 mesi è stato mantenuto per intero un mio comunicato, qualcosa veniva sempre cambiato, mai sentito dire un: “va bene”. Mi vengono richiesti rapporti amicali con i giornalisti, intimi, il più possibile spontanei.
La cosa che mi rende insicura è che non ho ancora praticamente parlato con il secondo direttore artistico, tutti hanno rapporti con lui, io no, per giunta lui è regista e sta lavorando a delle produzioni e, suppongo, dovrebbe spiegarmi il suo lavoro, invece niente nessun contatto. Il mese di ottobre fila via, a novembre inoltrato ricevo una email rivolta a me e messa a conoscenza di tutto l’ufficio da parte del secondo direttore artistico che non ho mai visto e che parla del rendimento del mio lavoro, di come sto andando e del fatto che devo stare attenta perchè a dicembre scadono i contratti. Non percepisco una lira, passo giornata, serate e fine settimana in teatro, non mi viene rimborsato il viaggio e il pasto e non ho nemmeno il diritto di sapere a voce come procede il mio lavoro e per giunta devono saperlo tutti i miei colleghi. Mettendomi nella condizione di replicare, per giunta, a tutto l’ufficio.
Inizia con questo primo scambio di mail una durissima corrispondenza fatte di allusioni, provocazioni e rimproveri. Cerco quindi di lavorare di più, di fare ancora meglio, mi dispero per non essere all’altezza, mi sfogo con i miei colleghi che hanno vissuto prima di me lo stesso trattamento e lo subisco in silenzio mentre lo sto subendo io. Mi sembra impossibile lavorare in una struttura che riceve soldi pubblici, cha ha un’idea fine e intelligente del teatro di ricerca e che non ha rispetto e sensibilità per chi vi lavora e lo produce. La settimana prima della scadenza del mio contratto e di quello dei miei colleghi tutti sanno già del loro rinnovo mentre io non sono ancora stata chiamata per sapere se devo restare o andarmene. Sono contenta che almeno potrò vedere i 1500 euro dei 3 mesi di lavoro anche perché per pagarmi l’affitto ho dovuto chiedere di nuovo i soldi ai miei genitori, ho smesso di uscire, sono diventata chiusa, insicura e scontrosa.”
Da questo racconto, verrebbe facile pensare che il curriculum di Federica, o la qualità del suo lavoro non fossero adeguate. Eppure alla fine del periodo di prova, le viene proposto un rinnovo di contratto. A quali condizioni, però? Ecco la proposta: “un contratto di 6 mesi a 600 euro al mese con 4 mesi di preavviso nel caso volessi licenziarmi, dunque si prospettano altri 6 mesi senza vita, senza gratificazione e senza soldi. Nessuna soddisfazione solo tanta gastrite e un lavoro sfruttato e sottopagato.” A questo punto Federica ha un soprassalto di dignità e dice basta. Imitata, come scoprirà più tardi, da molti dei suoi successori: “Più tardi ho scoperto che quegli uffici conoscono un ricircolo frenetico di personale, che molte persone non hanno resistito per 3 mesi rinunciando ai 1500 euro. Dopo di me si sono già succedute 3 persone nel mio ruolo e dei miei 3 colleghi di allora ne è rimasto solo uno. Qualcosa vorrà dire?”
A quasi un anno di distanza, l’ex “precaria” è consapevole che la sua esperienza  è stata caratterizzata da una componente di mobbing. Lei ce la descrive così: “Il mobbing permette al datore di lavoro del precario di tenerlo in pugno, di ottener da lui il massimo dei risultati facendogli credere di non essere mai adeguato, mai all’altezza, anzi, di essere a rischio di licenziamento costante. Il lavoratore in questo modo stringe i denti, si impegna al massimo, lavora il doppio ma si sente un’incapace perché il suo lavoro non viene mai premiato o elogiato, non riceve una
retribuzione adeguata alla fatica oppure non la riceve affatto, la sera torna a casa stanco e frustrato e se può lavora oppure litiga con il partner.”
Col tempo, però, le cose si sistemano, e torna la voglia di ricominciare, di sperimentarsi nello stesso ambito, senza prestar fede alle valutazioni umilianti e irrispettose di chi ti ha mobbizzato. Federica, ad esempio ha deciso di non arrendersi:  “Oggi, nonostante sia passato più di un anno da quegli eventi ne sono ancora scossa e ferita, una ferita che non si rimargina. Per fortuna mi è ritornata la voglia di rimettermi in gioco e di riprovarci.”
E per questo ci ha raccontato la sua storia: perché altri come lei, disposti a qualsiasi sacrificio pur di accedere al lavoro dei loro “sogni”, non si ritrovino a vivere un incubo.

[2- continua]