di Valentina Fulginiti

Non è un problema solo italiano, quello degli stage e dei tirocini gratuiti. Se, come abbiamo visto qualche mese fa, persino tra le vacche smagrite degli USA la concorrenza tra i laureati prende spesso la forma della possibilità di lavorare gratuitamente, figuriamoci in Italia, con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa (28,2%lo scorso febbraio). Sono un esercito che fa surf sopra e sotto le statistiche: disoccupati, inoccupati, in cerca di prima occupazione, studenti, neolaureati e diplomati allo sbaraglio, dentro e fuori la formazione e (spesso) con le valigie pronte. Stagisti, tirocinanti, volontari: come chiamarli? Anche all’interno della redazione, un po’ di dibattito c’è stato. “Il lavoro non può essere gratuito, per principio”, è l’obiezione che si affaccia alla mente di chi lavora da sempre. Ma a questo esercito di ragazzi, che si alzano presto e rispettano un orario, che per arrivare in ufficio si portano il panino da casa e pagano di tasca il biglietto del tram, che fa persino gli “straordinari”(ovviamente di fatto e non di nome) se c’è un’emergenza o un progetto da finire, non si può certo rimproverare di starsene con le mani in mano. La definizione più corretta è forse quella di lavoratori non-salariati, che con la loro “forza lavoro” sostengono realtà aziendali evidentemente sempre più bisognose di sussidi e sovvenzioni. Ecco perché vi proponiamo questo viaggio. Un viaggio nell’Italia del lavoro che c’è, ma senza salario.

Vincitori e vinti

C’è chi, dopo un tirocinio, riesce almeno a inserirsi nel settore desiderato. È il caso di Marco D., ex stagista part-time presso il settore formazione di Banca Intesa mentre ancora studiava. Alla prima esperienza, le sue aspettative erano riassunte in un’unica parola: “imparare”. Nel nuovo contesto, Marco racconta di aver svolto mansioni precise: “Era uno stage, ben disegnato da parte dell’azienda, in tre mesi hanno cercato di farmi vivere il maggior numero di esperienze possibile, dalle riunioni di progetto al tutoraggio d’aula. Ho affiancato e supportato i project manager di alcuni interventi, tutor d’aula per alcuni corsi di formazione, ho intervistato tutti i responsabili del servizio formazione”.
Il monitoraggio è stato costante da parte dell’azienda (non però dell’Università, come racconta lo stesso stagista: “Sul monitoraggio da parte dell’università non ricordo molto.. credo mi abbiamo chiesto di compilare un questionario di gradimento alla fine, ma ho dimenticato di consegnarlo”). L’orario previsto, di 5 ore al giorno, è stato rispettato e, anche se non era prevista una retribuzione, c’erano rimborsi spese per sostenere il suo pendolarismo. Al termine della sua esperienza, che lui giudica in maniera estremamente positiva, anche se non erano previste possibilità di assunzione, Marco è rimasto in contatto con il suo ex tutor aziendale. Grazie a quell’esperienza, oggi lavora per un’altra società più importante dello stesso settore, e come ci dice lui stesso, “con responsabilità di processo e ben retribuito”.

Tutte le storie di tirocini dovrebbero suonare come questa: svolte durante la formazione; utili all’inserimento lavorativo (se non altro per le competenze maturate), caratterizzate dalla trasparenza e dal rispetto degli obblighi pattuiti. Tuttavia, la realtà di molti tirocini è spesso diversa. Il cosiddetto stage post laurea, in particolare, sottoposto a minori controlli e non sempre attivato nel quadro di programmi formativi, è spesso un sinonimo eufemistico della parola “sfruttamento”. Dietro alla formula consolatoria dello stage, si nascondono periodi di lavoro non pagato, truffe comodamente usate dalle aziende per risparmiare sui costi di nuove assunzioni, potendo contare su un ricambio continuo di candidati giovani, super-formati e disperati.

Senza futuro

Chi sono i lavoratori non-salariati del Terzo Millennio? E perché decidono di rassegnarsi a condizioni che, fin dall’inizio, appaiono inadeguate, economicamente insufficienti e umilianti?

Ministri e sottosegretari li accusano di non voler crescere, i colleghi più anziani li rimproverano di “non sapersi adattare”, di essere presuntuosi e di non “voler fare la gavetta”, mentre i colleghi precari imputano alla loro “concorrenza sleale” il crollo di tariffe e salari. Loro, i diretti interessati, si sentono senza prospettive, senza alternative, senza futuro.

Difficile dar loro torto, soprattutto sull’ultimo punto. Come parlare di futuro, ad esempio, se le promesse di assunzione si smaterializzano a due giorni dalla fine del tirocinio? È quel che è successo a Francesca* (che preferisce non rivelare il suo vero nome), laurea magistrale a pieni voti che, prima dell’esperienza raccontata, aveva già diversi stage alle spalle, sia presso enti pubblici, sia presso privati.  Appena laureata, comincia a cercare tramite gli elenchi di aziende disponibili sul sito della sua Università, nella speranza, come ci dice lei stessa, “di rendersi utile, di poter acquisire nuove competenze professionalizzanti, di accumulare esperienza e di dimostrare e mettere alla prova le proprie capacità”. Il lavoro presenta alcuni aspetti vantaggiosi, per esempio il fatto di potersi svolgere a distanza, e con una grande flessibilità di orari. Le aspettative però vengono sistematicamente ribaltate, prima durante e dopo: “Teoricamente lo stage era stato pensato per farmi partecipare ad un aspetto importante di un progetto dell’azienda, ma poi, nella pratica, non è stato così. Inizialmente mi era stato proposto di aiutare il titolare nel marketing di un progetto. (…) “Marketing” è la dicitura che il titolare ha inserito nel modulo dell’Università. In realtà quel progetto, per problemi organizzativi dell’azienda che esulano dalle mie competenze, non è mai partito. Questa notizia mi è stata data solo quando ero già a metà del mio tirocinio, mentre prima mi era stato detto di pazientare perchè mancava poco all’attuazione.”
Invece di acquisire le competenze di marketing, come sperato, Francesca si ritrova a svolgere “mansioni di carattere impiegatizio”, compilazione di cataloghi con Excell, ricerche su Internet e stesura di lettere. Peraltro, non sempre in modo organizzato: “Peccato che non sempre i titolari mi preparassero mansioni da svolgere, per cui, spesso e volentieri, ho passato le mie sei ore davanti al computer in attesa che si facessero vivi, senza aver nulla da fare e restando completamente improduttiva. In altre occasioni, invece, i lavori arrivavano all’improvviso ed era necessario svolgerli con una certa celerità, per cui mi è capitato di lavorare per più ore del previsto.”
Malgrado la confusione e i continui cambiamenti di programma, lei però si impegna e lavora seriamente, ottenendo – almeno pare –  buoni risultati, come confermato dall’atteggiamento positivo dell’azienda:  “Il mio operato è sempre stato valutato positivamente, più volte sono stata lodata, anche davanti a terzi. Inoltre, in corso d’opera, mi era stata prospettata la possibilità di continuare la collaborazione con l’azienda attraverso una qualche forma di lavoro retribuito”. 
Alla scadenza, la doccia fredda: “Al termine del periodo mi è stato detto che non c’erano i fondi per farmi un contratto, neanche a progetto. Ci siamo lasciati con la promessa che, se mai dovessero arrivare dei finanziamenti, mi terranno presente per un piccolo contratto di collaborazione. Oggi non svolgo più quel lavoro e non ho idea di cosa stia facendo l’azienda in questione né di come si sia evoluto il suo progetto”.

Come si fa, in queste condizioni, a parlare di “futuro”?

[1- continua]