di Simone Ghelli

Dopo un po’ mi bruciano gli occhi e sento dolore all’attaccatura delle orecchie, schiacciate come sono dalla pressione continua delle cuffie.
Dopo un po’ sullo schermo compaiono dei puntini luminosi e le parole si confondono e si fanno brusio indistinto.
Dopo un po’ i muscoli delle braccia e delle gambe s’indolenziscono, la bocca si fa amara per le troppe risposte, o per le ingiurie, o per tutto quello che mi sono rimangiato.
Dopo un po’ ha un significato molto relativo, regolato dal volume e dal tono delle voci che si susseguono a intermittenza, gettandosi nel mio padiglione auricolare.
Dopo un po’ per me significa una durata compresa tra le due e le tre ore, sufficiente a trasformare il gentile utente in un incubo tradotto in cifre, che si materializza dritto davanti ai miei occhi.
Dopo un po’ smetto persino di pensare ai miei titoli di studio, anche quando gli altri mi dicono: “Ma come?! Uno come te, col dottorato di ricerca!”.
Dopo un po’ non riesco più a connettere i pensieri e mi costa fatica persino vedere frammenti di video su youtube tra una telefonata e l’altra.
Dopo molto, già troppi anni, non mi sembra più possibile pensare a un lavoro che non sia questo lavoro; a un lavoro che non sia accumulo di momenti qualsiasi, di frammenti di vita che scrosciano a pioggia sulla mia testa mondandomi il capo di tutte le ambizioni scivolate lungo la linea dorsale. E il dolore alla cervicale, queste fitte lombari, e tutti i dolori articolari sono lì a ricordarmi che ho dimesso tutte le mie virtù per qualche grammo in più di comodità.
Dopo un po’ devo anche ritenermi fortunato ad avere un lavoro in questi tempi di crisi, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Dopo un po’ devo ammettere: fortuna che mi hanno sempre insegnato a sfruttare anche gli avanzi, e a non lasciare niente nel piatto, che non si sa mai. Fortuna che amo i cani, e come loro non mi schifo dei resti, ché anche quelli servono a riempire la pancia. Dei gatti poi non vi dico, che farei proprio come loro: mi girerei volentieri dall’altra parte per non sentir le vostre lamentele senza conseguenze.
Dopo un po’ mi sono detto: ho finito anch’io per fare la fine del topo, ché a forza di scoprire nuove scappatoie, cunicoli sempre più piccoli, mi sono chiuso da solo nel buco più buio e fetente di questa fogna. Perché qui, nonostante tutti i neon che c’illuminano a giorno, è notte fonda, e neanche una candela che ci guidi verso l’uscita.
Dopo un po’ mi dico: potrei mollare tutto e tornare all’aria aperta, disfarmi di questo tempo fatto di piccoli blocchi, di turni appesi ai miei giorni, di amori e impegni destinati a scadere. Anche la mia vita sembra essersi accorciata, rimpicciolita, abbreviata da una memoria sempre più corta.
Dopo un po’ è finito il turno.
Prendo i miei due stracci e li trascino fuori dalla sede.
Tra un po’ sarà già domani, appena il tempo di far uscire le voci dalla testa e provare a scrivere due righe.
Qualcuno di voi ha mai provato a scrivere con un concerto di voci in testa? Bisogna essere dei direttori d’orchestra molto severi, e lo stesso ognuno va per proprio conto e sceglie arbitrariamente la scala su cui esibirsi. Impossibile, a queste condizioni, comporre sinfonie.

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