di Ernesto Baj
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Ernesto Baj è ingegnere civile, architetto e avventuriero. Sta per pubblicare un libro sulla storia di Cartagine. Il suo racconto mette in luce ciò che accade nel “mondo sommerso” dell’editoria.]

Gli anni Zero, nella piccola editoria, sono stati gli anni dell’espansione smisurata dei colophon. E gli anni Dieci non sembrano essere da meno.
Il colophon è una pagina, che c’è in ogni libro, all’inzio, prima del frontespizio. Fino ai Novanta del secolo passato riportava, sempre, pochissime informazioni: l’anno, l’autore, la stamperia, il codice isbn (codice univoco che fa distinguere un libro dall’altro). Oggi, aprendo il libro di una piccola casa editrice, nel colofone, si trova di tutto: chi ha disegnato la copertina, chi ha lavorato sul testo, chi l’ha impaginato. Persino chi ha corretto le bozze. Se prima sui libri ci lavoravano mani ignote, adesso, invece, conosciamo i nomi di chiunque abbia avuto a che fare con quel libro. Perché? Cos’è, una assunzione di responsabilità collettiva? Trovo un refuso e cerco di contattare, nell’ordine, direttore di collana, editor, correttore di bozze, per farglielo notare, per fargli to-to sulle manine?
No. Semplicemente, quei nomi lì, quella gente citata nel colophon, tutta insieme, non ha preso un euro. Ha lavorato gratis. Sappiatelo. E nessuno controlla: nessun ispettorato del lavoro, nessun organo di polizia, nessuno va da quegli editori e chiede: ma se c’è il nome di questo tizio, qui, e c’è scritto che ha lavorato su questo libro, dov’è il suo contratto? Dov’è il pezzo di carta che testimonia che tu, editore, l’hai pagato, per il suo lavoro? Già, nessuno controlla. E i piccoli editori, quelli dei colophon espansi non sono neppure cattivi. Almeno: di solito non lo sono. Anzi spesso sono degli idealisti, hanno deciso di pubblicare dei libri perché ci credevano, nei libri, nei lettori, nella cultura. Però, altrettanto spesso, sono degli sprovveduti. La loro attività è in perdita, hanno giacenze enormi, non vendono niente. E non pagano chi collabora alla redazione dei libri che pubblicano. In cambio offrono una riga di celebrità, un piccolissimo spazio dentro quei libri, a chi, quei libri, li ha fatti. Non sono come quei cattivoni degli editori a pagamento, che pubblicano i libri a spese degli autori, e che, pare, i loro collaboratori li pagano. No, loro sono convinti di campare vendendo libri, e convinti pure che, un giorno, daranno lavoro a qualcun altro.
Comincia piano, il piccolo editore, con cinque, sei libri all’anno, tirature a mille esemplari. Ed è a digiuno di nozioni, il piccolo editore, perché considerando -per facilitare i conti- un prezzo di vendita di quindici euro, e un margine che si aggira fra il 10 e il 15 per cento, se la matematica non è una opinione e vendendo tutte le copie di tutti i libri (diciamo 6), cosa impossibile per vari motivi, viene fuori un numero piccolo piccolo: 12.000 euro lordi. All’anno. E questo considerando di vendere tutto, ma proprio tutto, di sapere fare il proprio lavoro e quindi di riuscire a strappare ottimi accordi con distributori e librai. Quante persone possono campare con quei 12.000 euro all’anno? Qui il conto è ancora più semplice: nessuna persona. O forse una sola, se non ha bollette da pagare e mangia poco.
Qual è la morale? La morale è che non c’è una morale. Il piccolo editore volenteroso perde, in genere, soldi, ed è obbligato a cercare collaboratori che si accontentano di avere un po’ di visibilità, e che vivono di aria. Visibilità che si riduce a un po’ d’orgoglio, nello sfogliare il libro in libreria (quando c’è, in libreria), e a leggersi nel colophon, insieme alla restante pletora di nomi. Perché in libreria? Perché il piccolo editore non manda copie omaggio ai collaboratori. Mai.