di Luca Giudici

Probabilmente chi mi legge sa bene che io non sono né insegnante né precario. Non posso esimermi però, in ogni ruolo che mi rappresenta come essere umano, e quindi come compagno, padre, cittadino, intellettuale e sindacalista, di condividere pienamente la questione scolastica e quella – che le è strettamente legata – del precariato. Come altri hanno già detto e ripetuto in altri ambiti, la questione della continuità didattica è il vero perno del sistema, minato e scientemente disarticolato dalla precarizzazione radicale del corpo docente. La questione della precarietà deve proceduralmente essere scissa da ogni aspetto esistenziale o etico. Non posso non riconoscere che esiste una problematica di riconoscimento generazionale intorno alla questione, ma vedo questo aspetto molto più affine a temi come la crisi delle ideologie, piuttosto che alla precarizzazione del lavoro salariato. Storicamente altre generazioni sono state perfettamente in grado di ribadire il loro peso sociale, pagando un caro prezzo, in termini di vite e di storia. La modifica ‘de imperio’ dello stato di cose vigenti è fuori discussione, semplicemente perché lontana anni luce da ogni dinamica sociale, che oggi è più vicina a Groucho che a Karl Marx.

È doveroso però ribadire che raggiungere e permanere in una dimensione di solidità e equilibrio non è un processo affine alla dialettica hegeliana, e nemmeno all’analisi del salario: altrimenti nel lavoro – inteso come merce – non esisterebbero nevrosi ne malattia mentale, che invece compaiono dove il lavoro si scopre affermazione e autocoscienza. Comprendere la progressiva precarizzazione del rapporto lavoro-salario-capitale è cruciale perché snodo attraverso cui negli ultimi trent’anni è transitata la cosiddetta globalizzazione, e quindi la parcellizzazione della coscienza di classe. L’esportazione del lavoro verso una manovalanza terzomondista a minor costo (o anche semplicemente con un CCNL di categoria differente) è una prima forma di precarizzazione. Questo sinora lo si è potuto fare principalmente con le attività a basso contenuto intellettuale. Nel settore finanziario hanno esternalizzato le attività di ‘bassa manovalanza’ dove la relazione con il cliente non viene nemmeno sfiorata, ed anche in quei casi hanno avuto problemi grossi (al punto da vedere molte attività tornare nelle originarie allocazioni). I fallimenti a catena dei grossi call center sono un altro esempio di come queste procedure non reggono alla durata. Tutte le major della telefonia sono – di fatto – costrette a ritornare su posizioni molto più arretrate, per affrontare la continua concorrenza almeno in termini di qualità, e spostare la “bassa qualità” sulle produzioni terzomondiste. Discorso completamente differente deve essere fatto però per quanto riguarda la scuola. Un calo qualitativo e quindi di continuità nell’organigramma dell’azienda scuola porta inevitabilmente ad un abbassamento vertiginoso dei risultati ottenuti, pur a fronte di una riduzione dei costi. Ma la differenza, anche in termini strettamente economici non è paragonabile. Se io riduco – come dice, mentendo, il governo – i costi dell’8% non ho una riduzione qualitativa del rendimento paragonabile all’andamento di un’azienda privata, ma decisamente più elevata. Il ministro Tremonti dichiara che la manovra generale legata ai provvedimenti Gelmini produrrà nel biennio 2009/2010 e 2010/2011 qualcosa come 130.000 tagli, di cui 85.000 cattedre. In realtà il dato è ancora maggiore poiché quest’anno sono stati attuati altri 9000 tagli, e a ciò va aggiunta una redistribuzione degli orari tale che ha creato cattedre di 23 ore (illegali) e – di fatto – altri 20.000 posti tagliati. Per un totale nel periodo 2008-2012 di almeno 150.000 posti di lavoro. La manovra più pesante della storia dello stato unitario. I dati OCSE del 1990 dicevano che la nostra era la miglior scuola elementare del mondo, tremo all’idea di leggere quelli odierni. Per chi vuole divertirsi ulteriormente vale la pena di leggersi il DDL Aprea, del Presidente della Commissione Cultura (sic !) della Camera, in discussione ad aprile, e sicuramente approvato, visto che non si vede cosa o chi posa in qualche modo contrastarlo. Per essere obiettivi riporto solo la breve sintesi che ne da Repubblica: Trasformazione delle istituzioni scolastiche in fondazioni (art. 2): le istituzioni scolastiche possono costituirsi in fondazioni, con la possibilità di avere partner pubblici o privati.
Nuovi organi collegiali della scuola: oltre al collegio dei docenti e al dirigente scolastico (già esistenti) vengono introdotti nuovi organismi (art. 3): il Consiglio di amministrazione e un Nucleo di valutazione dell’efficienza, dell'efficacia e della qualità del servizio scolastico.
Istituzione dell'Albo regionale dei docenti (art. 14): possono iscriversi i docenti già abilitati e quelli che conseguono il titolo con i nuovi corsi universitari.
Concorso d’istituto (art.16): i concorsi vengono banditi con cadenza triennale dalle istituzioni scolastiche.
Articolazione della professione docente (art. 17): docente iniziale, docente ordinario e docente esperto.
Istituzione della figura del vicedirigente (art. 18).
Penso che chiunque lavori nella scuola si renda conto delle conseguenze devastanti di un progetto analogo. “In sostanza” – cito Stefano d’Errico, segretario nazionale dell’UNICOBAS – “tutto ruota intorno alla concentrazione massima dei poteri nella figura del dirigente scolastico […] Esattamente come nelle scuole private si passerà ad assunzione e valutazione diretta del personale, smantellando il sistema dei concorsi pubblici e passando a band e commissioni esaminatrici di istituto presiedute dal dirigente scolastico. [….] Si introducono poi cinque distinte fasce stipendiali di merito dove il personale verrà collocato in base alla discrezionalità del dirigente.” (Stefano d’Errico, Contro la berluscuola, Rivista Anarchica, n°351, marzo 2010, pg. 19.) In poche parole, tutto ciò che non erano riusciti a fare passare nella riforma Gelmini, lo ripropongono qui, come DDL. Qui la ‘valutazione’ della CGIL. Io non commento, ai loro occhi forse questo dovrebbe essere un documento di condanna …. Un interessante approfondimento invece, tratto dal convegno Cesp “Precarizzazione del lavoro, gerarchizzazione dei docenti e democrazia” Lucca, 13 ottobre 2009, si trova qui .  E il blog “Beata ignoranza” che – profeti – già da maggio dell’anno scorso ne parlavano (Beata Ignoranza). Ora, sicuramente le varie realtà che qui su FB ed in rete si occupano di precariato avevano già linkato questi materiali ed affrontato l’argomento in termini molto più approfonditi e precisi di come ho potuto farlo io. Come ho detto io non sono un tecnico, mi esprimo sono in veste personale, e di questo me ne scuso a priori. Ho cercato di fare una fotografia dello stato dell’arte, sperando che chi più competente di me potesse da qui partire e costruire iniziative concrete. Abbiamo i mezzi, il diritto ed il dovere di contrastare in ogni passo ciò che sta succedendo in questa scuola, continuiamo a farlo, il più possibile insieme.