di Donatella Livigni

 [Nata a Napoli, vive a Roma, didatta e ricercatrice in musica, pianista, cantante e compositrice. Si occupa di stare al timone di "Nautilus". nautilus.donatella@gmail.com]

 
Nautilus nasce come esperimento letterario, con l’obiettivo di creare una rete di conoscenze fra persone che possiedono un mestiere sconosciuto, in via di estinzione, non ufficiale e per questo non riconosciuto. Sommerso.
Un mestiere creato con le proprie mani, senza copioni scritti o imposti, costruito con passione e credo, specie se la via per arrivarvi è stata frutto di un tortuoso cammino.
Chiunque possieda tali requisiti può usufruire di questo spazio per raccontare, con lo stile che gli è proprio, la sua esperienza personale.

NAUTILUS 

ovvero la rubrica dei mestieri sommersi
 
 
“Qualcosa di estraneo, di enorme, d’incalcolabile peso, dalla potenza sorprendente, dotato di vita autonoma e che la scienza non poteva contemplare nello schema di rigide leggi a volte di per sé limitanti, nuotava al largo dal mondo conosciuto (o scontato). Qualche lega sotto la superficie si muoveva producendo colpi di coda a far tremare le acque. E le vibrazioni si facevano sentire ogni qualvolta il ‘mostro’ si avvicinava alla superficie per poi restare ovattate quando questi s’immergeva subissato dalle acque e individuabile all’occhio esperto e curioso per una forte luce irradiata da sotto. ‘Un narvalo elettrico’.

 

È la storia del Nautilus, signori. ‘ Mostro’ per quanti impigriti dal circostante sbattuto in faccia e acquisito come vero vivevano sulla superficie o addirittura appena vicino ad essa. ‘Scoperta d’incommensurabile lungimiranza’ per chi osa buttarsi nelle profondità del mare per andare alla ricerca di ciò che appare e che in realtà è.

 
Il capitano Nemo, che non è uno spocchioso scienziato qualunque, bensì uomo dalle 20.000 leghe di diottrie, decide un giorno di abbandonare la terra ferma e di sposare l’ignoto. Nelle profondità marine, come sotto la crosta terrestre, impercettibili alla vista, avvengono cambiamenti strutturali ad ogni minuto. Lì sotto lavorano come in un laboratorio forze sconosciute ai tanti e relegate sul fondo. Si muovono in isolata autonomia, ma sono totali artefici del proprio mestiere
‘Comandante è davvero un battello meraviglioso questo vostro Nautilus’, ‘Sì e lo amo come carne della mia carne, perché ne sono il protagonista, il costruttore e il capitano’.
Un mestiere sommerso quello del misterioso Nemo…almeno fino a quando qualcuno decida di entrarvi nella pancia fatta d’acciaio ed ispezionarne la chiglia. 20.000 leghe sotto o quasi.”

 

Il Capitano avverte che…


il Nautilus è un vascello capiente. Può navigare solo col lavoro di una ciurma numerosa e appassionata.

                       

…possono osservarlo da vicino o salirvi per una perlustrazione tutti coloro che hanno curiosità per i fondali inesplorati.

…possono entrare nella cabina di comando tutti coloro che, invece, pensano di far parte di questo mondo sommerso, anemoni di mare  sballottati dalla corrente o mostri marini dalle forme creative, curiose, estinte o assemblate in laboratorio. O semplicemente quelli che
esercitano senza esser visti.

…il capitano aspira ad ampliare la sua già vasta biblioteca con nuovi lavori originali che si colleghino fra loro come nel gioco del domino o, per chi lo conosce, nell’ottava rima o canto a braccio. Ogni scritto (in versi o prosa) dovrà riallacciarsi ad un concetto, parola, espressione citata in altri scritti con l’obiettivo letterario di creare un’opera unica dalle tante sfaccettature e peculiarità.


…ci si avvarrà delle mirabolanti tecnologie della rete (piattaforma) per portare a galla non solo
gli autori di scritti sui mestieri sommersi ma anche la loro opera quotidiana. Il capitano ritiene che non ci sia modo migliore per far conoscere il proprio operato se non quello di esprimere il proprio carattere umano ed intellettuale attraverso la scrittura. Con l’augurio che questo serva almeno a limitare la solitudine che caratterizza la vita sottomarina o, addirittura, a creare contatti operativi tra questa e la vita terrestre.

 

 
 

 


Primo post: 20-11-2009


                                            

DENTRO IL NAUTILUS:

 

CREO ET OLIO
di Donatella Livigni


Formazione: terre emerse. Poche dita sulla superficie e disseminata di atolli a perdita d’occhio.
I capitani Nemo del secolo nuovo si muovono in questi spazi. Creatori di mondi alternativi in cui si rischia, pur non rendendosene conto, di restare scollati dal mondo reale.
Orfani anonimi, Tom Sawyer new age, vangeli apocrifi e mai letti a messa. Chiamateci un po’ come vi pare.
Immaginazione, ricerca (non retribuita), osservazione critica, dipendenza dalla curiosità ma mai dallo Stato. Etica e deontologia, vestiti di tanto creativo sentimento, ma non ascrivibili a nessun albo. Loro ti hanno spinto a infilarti in un vicoletto fatto di tanti sensi unici che ti rimandano a nuovi ed entusiasmanti corsi di formazione, costole, a loro volta, di variopinte metodologie provenienti dai 7 mari: orff dalcroze gordon kodaly psicofonia funzionalità vocale solfeggio in movimento jazz per la scuola i suoni dei sordi la musica e il circo il teatro per l’infanzia didattica e ricerca sinestesie vocali, corpo e vibrazione danze popolari musica in culla o musica in culo….non lo ricordi più!
Didatta dell’arte, nello specifico musica. Unità di produzione? Assolutamente no. Genere di ultima necessità. Tanto lo spirito è oramai incellofanato e riposto su uno scaffale di qualche ipermercato.
Provvisti di bussole submagnetiche, giriamo per questi mari come balene in cerca di plancton, e più ne assumiamo più diventa complicato trasformarlo in qualcosa che abbia un nome definito.
Spiegare al mondo ‘cosa faccio nella vita’… per un avvocato o un idraulico la risposta si riassume in due parole: pratiche/scartoffie, tubi.  Anche nel mio caso esiste una parola che sintetizza il corpo di un mestiere che affonda le sue radici oltre il grido primordiale: olismo! Eppure neanche Word riconosce il termine e lo corregge in automatico con l’altrettanto incomprensibile ‘oliamo’. Io olio, tu olii, egli olia, noi…oliamo. E quando tento di rispondere a parole mie, un fiume di concetti tortuosi, frutto dell’esperienza “formativa” di 10 anni, serve solo a convincermi che ‘oliamo’ va più che bene!  
La mia officina sommersa è la scuola. Bunker dove scarpe da ginnastica versione roller blade sollevano da terra robotici bambini (gli stessi che si trascinano cartelle-trolley come in aeroporto) ignari che slittando su di una rotella invece di aderire al pavimento come tutti i bipedi, avranno un giorno i tendini a pezzi come quelli del piede di una geisha.
La tela su cui dipingi il tuo lavoro creativo è di un colore indefinito, come il tuo contratto da ‘Operatore esterno’. Esterno al sistema, esterno alla vista, esterno ci sarà tua nonna! esterno alla considerazione ma non ai compiti da svolgere: motivare l’allievo (anche se si tratta di un adolescente il cui sogno è farsi innestare chirurgicamente una corda vocale di laura pausini); comunicare in modo sereno con un branco di maestre di fondo incazzate e frustrate a causa dei loro scadenti contratti e che trattano in alcuni casi gli alunni come spugne per asciugare la bava che gli sgorga dalla bocca come cani idrofobi; invogliare ciechi presidi a sostenere il tuo progettino mentre questi ti guardano come una potenziale cifra in denaro da cancellare o da sfruttare per spillare ai genitori i soldi per ricomprare la carta igienica. In fondo alla lista resta lo spazio di una riga che cita “educare i bambini al suono e alla musica”  e forse diverrebbe un carattere 8 anche nella tua mente se non fosse che ogni giorno fai training autogeno, pratiche yoga per ricentrare la motivazione. Supervisioni psicopedagogiche che terminano in inconcludenti suggerimenti teorici o in critiche all’operato e lavaggi del cervello
 ‘Non è la carta igienica che manca (sottinteso a scuola), sei tu che non ti fai carta igienica’! devo diventare carta igienica…ripeti mentre torni a casa per programmare gli incontri successivi, tempo naturalmente non retribuito, dimentico della vera funzione della carta igienica.
In questo mondo fatato e coronato di note, invenzioni da teatro brechtiano, sottili processi pedagogici, legnetti e finger paints, diventi a volte una piccolissima armata in una partita a Risiko in piena regola alla conquista di territori, solo,  senza dadi da difesa. A giugno concludi il tuo percorso. Tanto hai creato, inventato, improvvisato che ti mancano le idee sul cosa prepararti per cena o sul regalo da fare all’amichetta che conosci da una vita il giorno del suo imminente compleanno.
In men che non si dica è già Settembre. Intorno a te un odore di bruciato comincia a sostituirsi a quello dolce dell’entusiasmo che ti sembrava di aver lasciato ad aleggiare tra le classi di genitori e insegnanti dopo quelle che io chiamo ‘lezioni aperte’ ma che non c’è verso di soprannominare ‘saggi’. Ti affacci alla finestra e noti che la tua banderuola 4 venti alla Mary Poppins ha cambiato ancora direzione. È allora che capisci di essere fuori dai giochi. Lo capisci perché non ricevi l’email per la riunione operatori. Lo capisci perché nella scuola tal de tali è cambiata la direttrice, ora laureata in economia. Lo capisci perché ti rechi a presentare tempestivamente il progetto per l’anno successivo e ti tocca ostentare un sorriso ipocrita e da beota non appena risulta chiaro che nelle casse della scuola sono rimaste solo ragnatele e che al posto della musica ci sono ‘hip pop’, ‘laboratorio di gormiti’, ‘storia della moda delle winx’. Infine, lo capisci perché non sei fesso e ormai ti è chiaro che quel mondo è dotato degli stessi meccanismi che muovono gli ingranaggi di una qualsiasi azienda: meglio dire così e cosà,  sii umile ed elogia chi ti ospita, produci, improvvisa, porta a casa il risultato. Conquista i territori. Ma se nessun professor Pierre Arronax è mai venuto a perlustrare il tuo Nautilus perchè si pretende allora di saperlo guidare?
In un paio di giorni sei lì a riorientare gli strumenti di bordo verso un altrove, ripetendoti che stavolta sarà ‘interno’. La fredda e civile Germania? Un bel paese del terzo mondo dove le salesiane sfruttano il così detto ‘volontariato’ per indottrinarti al cattolicesimo fagocitando fondi destinati alla ricostruzione delle infrastrutture? L’avveneristico Venezuela socialista di Chavez, al quale puoi direttamente confessare la tua precarietà senza sembrare un pezzente che chiede l’elemosina? O puntare a Nord del paese per non soccombere alla coscienza che incalza con domande del tipo: e se me ne vado è come fuggire?  
E mentre tu sei sott’acqua, miriadi di sommersi come te preferiscono gli aerei, “accussì, pe’ viaggià, pe’ connuscere”. Gli emigranti della nuova generazione, ben camuffati dietro ai telefonini e skype, magari si sorprendono a pensare a come sarebbe stato restare sott’acqua. Tanto, nonostante tutto, l’ipotetica ‘mission’ te la porti appiccicata addosso, come il moccio di quell’adorabile bambino paffutello che ti stringe la manina dopo essersi soffiato il naso con le dita, in mancanza della solita carta igienica. Basta!! Mettetegli una Bontempi davanti col metodo “suono facile” e tanti saluti! Vorresti gridare a volte.
…e alla fine ti ritrovi sempre ad ammettere che una vita passata ad “oliare” non è poi peggiore di un bel contratto che rischi di affossarti nella sabbia della terra ferma. Nonostante tutto, preferisco immergermi a bordo del mio Nautilus, che, in fondo, amo come carne della mia carne, perché ne sono il protagonista, il costruttore e il capitano.

 

 
 

 

 

Secondo post: 18/12/2009

Nota del capitano: "A volte il precariato va letto un pò al contrario, con mano leonardiana per intenderci. Nonostante siamo una ciurma di subacquei è nostro compito far salire a bordo del nostro battello anche chi riesce a emergere in superficie, chi sa seguire una rotta da sempre percepita come tortuosa e sommersa, lasciando ch’essa  esca dagli abissi e navighi senza paura di sbattere contro qualche iceberg. Semplicemente un ‘altra prospettiva"


                    ALTRI PROGETTI
Nemo al timone
di Andrea Guglielmino
[Romano, classe 1976, filosofo, scrittore, disegnatore, vignettista, antropologo, giornalista pubblicista, lavora nella redazione di “CinecittàNews”.  Partecipa regolarmente alla trasmissione radio "Metropolis", sulle frequenze di www.radiosapienza.net ]

Ci sono casi in cui il termine ‘precarietà’ indica una situazione seria e grave. Gente che non arriva alla fine del mese, che deve mantenere una famiglia e rischia di trovarsi con il culo per terra da un momento all’altro. Casi in cui il genere di lavoro che fai o che cerchi è l’ultimo dei problemi, e la cosa importante è tirare su i soldi che servono per campare fino al prossimo affitto e alla prossima bolletta. Io di questi casi non parlo, per rispetto.
È un’esperienza che non mi appartiene: sono stato fortunato, ce l’ho fatta e anche se non ce l’avessi fatta, per tutta una serie di motivi, sarei comunque caduto in piedi.
Ecco perché a volte mi pare che si usi il termine ‘precarietà’ a sproposito: anche gli alti dirigenti della Rai sono precari, tecnicamente. Basta che cambi il governo e molti se ne vanno a casa. Ma converrete con me che non è la stessa cosa, no?
Lo stesso vale quando si tratta di mestieri ‘particolari’: scrittori, poeti, artisti, musicisti, registi e chi più ne ha più ne metta. Sono tutti mestieri ‘precari’, anche quando si ha successo e si guadagnano milioni di dollari e le copertine su Playboy circondati da belle figliole ‘en desabillée’. Ma non esiste mica il contratto a tempo indeterminato, per questi mestieri. Forse in passato: i Medici offrivano agli artisti che operavano alla loro Corte vitto e alloggio in cambio dei loro servigi. Ma, in genere, l’essere precario è condizione connaturata ai più grandi artisti della storia: Baudelaire e Rimbaud non hanno mai avuto in tasca più di qualche spicciolo.
Questo per dire che la ‘precarietà’, termine altalenante come il concetto che esprime, a volte, più che una condizione effettiva, è uno stato mentale: non si trova il ‘lavoro dei sogni’, o quello per cui si è tanto studiato, e allora ci si sente precari. Ma non si può dire davvero di esserlo se prima non si ha provato, almeno una volta, a imboccare qualche altra strada. Non è detto che sia una brutta strada solo perché è diversa da quella che avevi in mente.
Questo potrebbe valere anche per me: ho un contratto da impiegato ma faccio il giornalista. Fin qui, più o meno, ci siamo. Anzi, mi è andata proprio di culo.
Però faccio anche lo scrittore: ho pubblicato un libro e non ci guadagno una lira. Non mi lamento, per carità, anzi reputo già un miracolo aver trovato un editore onesto che non ti sfila i soldi con la minaccia di mandare le rimanenze al macero. Ma come scrittore sono precario anch’io, no?
E sono stato precario anche come musicista, come vignettista, come storyboard artist. Ne ho fatti di mestieri “per la gloria”. Ma a fare il giornalista, da ragazzo, non ci ho mai pensato nemmeno una volta. Per me avevo altri progetti.
Forse un po’ troppi, se qualcuno scherzosamente mi chiamava Bert, come il personaggio di Mary Poppins che cambia lavoro una volta al giorno.
Lo ammetto, una vera vocazione, quella per cui sei disposto a fare qualsiasi cosa pur di riuscire, io non ce l’ho mai avuta: ero troppo curioso di tutto e forse il privilegio di vivere da benestante, con il lusso di potermi prendere il tempo di riflettere su ogni cosa, mi ha impigrito.
Ma mi ha insegnato anche l’elasticità mentale, che nel mio caso ha aiutato. C’è chi è convinto che nella vita deve fare una cosa, una cosa sola, s’intestardisce e ci riesce. Ma sono episodi molto, molto rari: io di persone così, che hanno fatto “quello che volevano fare”, ne ho incontrate solo due. E ne conosco, di gente.
Nella maggior parte dei casi però, intestardirsi fino a quarant’anni passati non porta a buoni risultati, specie se a un certo momento non ti rendi conto che non si campa di soli progetti. Il rischio è di non avere il lavoro dei sogni e nemmeno un normale, dignitosissimo impiego. Di non avere un cazzo, insomma.
A me è successo che la mia vera strada ho iniziato a percorrerla proprio il giorno in cui mi sono deciso a cercarmi un impiego ‘serio’.
C’è stato il Co.Co.Co anche per me e poi tutta una serie di passaggi: ho fatto ricerca nei polverosi archivi di un ministero, ho servito le “bizze” di Capi che avrebbero fatto paura alla Meryl Streep de Il diavolo veste Prada. Ho timbrato il cartellino mattina e sera, a volte pure la notte. Poi c’è stata la pubblicazione del libro, il tesserino da giornalista, tutte cose che facevo “parallelamente”, nel week end, o di notte. Finché non è venuto fuori che la mia azienda  pagava un giornale che, guarda caso, cercava redattori.
Ora lavoro di giorno – scrivendo – e scrivo la sera. Non è affatto male. E ho scoperto che scrivere è la mia vocazione: disegnavo perché volevo ‘scrivere’ storie, suonavo perché volevo ‘scrivere’ canzoni. Ora, semplicemente, scrivo, e non mi fermerei mai. Voglio continuare a scrivere, scrivere, scrivere, esattamente come sto facendo in questo momento.
A volte mi chiedo cosa mi  sarebbe successo se mi fossi intestardito a fare il disegnatore o il musicista, rifiutando categoricamente quel posto da impiegato, dietro a quella scrivania che mi pareva una prigione.
Forse il mio “eclettismo”, il mio continuo saltare da un interesse a un altro, il mio stare nel mezzo tra la necessità di un lavoro sicuro e le aspirazioni ‘da creativo’, che comunque mi sono proprie, mi ha impedito di realizzare “quello che volevo fare.”
Ma più probabilmente mi ha salvato, perché mi ha permesso di scoprire che potevo fare il giornalista e lo scrittore, che è quello che voglio fare adesso.
Non il lavoro dei sogni – che come i sogni è sfuggente –  ma quello della realtà.
 “La vita è quello che accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”: l’ha detto John Lennon, mica pizza e fichi.
Ora so quel che intendeva dire.

 

 
 

 Terzo post: 19/12/2009
 
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VINAVYL
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di Donatella Livigni
 
Nota del capitano:"Un piccolo omaggio natalizio non poteva mancare neanche nelle profondità marine. Quando ti trovi nel labirinto e per aggiustare la rotta ti tocca scendere ancora più in basso…basta che poi ci si porti di nuovo a 20.000 leghe sopra".

Una telefonata da Milano e mi ritrovo qualche giorno dopo sparata in un contesto diametralmente opposto al mio.
Nell’Hotel nei pressi di Piazza Vittorio siamo una quindicina.
Ci illustrano la nostra missione.
Molti di noi sono musicisti alla berlina stanchi di guadagnare meno di niente con i concerti e talmente ingenui da pensare che due settimane passano in fretta. Altri si sono appena laureati e non hanno nient’altro da fare. Giusto il tempo di metter da parte il gruzzolo per le vacanze o per i regali e fare in modo da non lasciare che l’adrenalina post-lauream vada scemando.

A 20 giorni dal Natale sono nel reparto giocattoli di Rokko, sotto terra, sotto sommerso asfittico magazzino dove da bambina giravo a caccia di peluche e giochi da tavola e saparato a metà dal reparto casalinghi e addobbi natalizi.
Alla mia destra una montagna di scatoli di prodotti Bontempi.
Bontempi, la prima pianola con le lettere e il metodo “suona facile” e la diamonica alle medie.
Bontempi, sinonimo di “artista scarparo” e mediocrità.
Bontempi che di tempi buoni ne ha passati, ospite anche di Ricordi ed ora smarrito oggetto a caccia di facile merchandising, dal suono già scadente e succube dei pupazzetti di Winnie de Pu.

Indosso una casacca rosso fuoco col marchio e i laccetti di cordone laterali, come gli strilloni di un tempo. In una mano stringo la fondamentale cartellina che non devo ‘mai abbandonare’, con la lista e le quantità di prodotti venduti.
I miei ‘colleghi’ sono strategicamente collocati davanti ad altri settori: dalle barbie ai lego.

Quando entrano i clienti/genitori sembriamo tutti patetici sciuscià.

Alle 17 il luogo pullula di schizzati che brancolano nel buio nonostante seguano con l’occhio le dettagliate indicazioni dei loro esigenti figlioli descritte nelle letterine che hanno l’aspetto di appunti di un avido notaio.
Una signora cerca un pallone. Ne prende uno sgonfio e mi chiede ‘come funziona’…non voglio essere offensiva. Le rispondo che basta gonfiarlo e farlo ro-to-la-re. Non soddisfatta ma anzi stizzita, ripiega sul collega delle macchinine.

Cominciamo a capire che, nonostante un marchio sul nostro petto parli chiaro, per questa gente preda del raptus prenatalizio – condizione che sottrae all’individuo ogni capacità logica e di raziocinio – siamo tutti commessi generici. Non c’è modo nè tempo di spiegare al padre fobico del figlio maniaco delle hot wheels, che “io sono solo rappresentante bon-tem-pi”. Quindi visualizzi, memorizzi e spesso ti trovi ad abbandonare la tua postazione per portare la zia dalla zona x alla zona y, indicandole dove trovare la cazzata che la sorella le ha imposto come regalo per il nipotino grasso e viziato.

Nel frattempo, con la coda dell’occhio, segui i movimenti attorno agli strumentini colorati e ti fiondi quando qualcuno si sofferma per più di 30 secondi.
Negli occhi gli leggi la paura per qualunque cosa possa superare i 10dB, notoriamente la soglia dell’udubile. Paura che dopo 12 ore il bimbo si stufi e lasci a marcire in un angolo la chitarrina.
Quella stessa paura che un anno dopo e i successivi 6 avrei affrontato nel mondo della didattica nelle scuole.
La fobia della musica.

Entrai nella mentalità che se dovevo rappresentare strumenti finti davanti a genitori sfiniti, alla fine mi sarei potuta pure divertire oltre ad ottenere gli incentivi sulle vendite.

I primi giorni mi limitai a finte maracas e finti tamburi, oltre che a finte chitarre possedute, con i tasti che suonano senza la complicità di nessuno alimentando la pigrizia. Una signora s’impressionò alla vista dell’immagine del bimbo punk ritratto sulla scatola. Non la comprò e si diresse verso altro.

Nei giorni successivi ero in possesso di tutte le informazioni necessarie per irretire i poveri clienti sempre più scoppiati sotto la pressione del count down. La laurea in antropologia mi sarebbe finalmente tornata utile ed avevo già cominciato ad esplorare l’universo della pedagogia della musica. Pertanto improntavo la mia retorica su questo piano.
Ero cosciente del fatto che stavo vendendo fumo a poveri stressati senza difese e mi facevo anche un pò schifo mentre il capo reparto mi elogiava davanti agli altri miserabili. Ma ormai ero nel pieno della sfida con me stessa, come se prendere per il culo la gente nel periodo di maggiore accanimento dell’industria del consumo, fungesse da punizione dovuta e meritata per quanti vi aderivano.
Fu così che le nevrosi e l’insofferenza dei primi giorni scomparvero lasciando il posto al cinismo.
“Il diavolo veste Bontempi”.

Tornavo a casa con storie e aneddoti su qualunque tipologia di essere umano. Pensavo che c’avrei cavato sicuramente un bel libro, l’avrei chiamato “fiabe di natale”. Li raccontavo come fossi andata allo zoo a tirar le noccioline alle scimmie.
E intanto mi facevo i conti sulle percentuali che avrei percepito alla fine. 

E proprio sul traguardo, proprio il giorno che avevo venduto il pezzo più costoso della collezione, proprio il giorno in cui il capo era lì per offrirmi di lavorarci in pianta stabile, vidi da lontano avvicinarsi una vecchina sulle sue tre gambe. Ricordava la lumaca di Pinocchio. Ci vollero 10 minuti circa perchè passasse davanti alla mia postazione. Si fermò e con il tono gentile proprio della lumaca di Pinocchio mi chiese dov’erano le costruzioni per bambini, quelle con i mattoncini colorati che si vendono tutti staccati. Quelli che le poteva mettere insieme anche il nipotino più piccolo. “I lego?”
Le indicai la direzione e lei ricominciò la lenta corsa lungo gli scaffali, a tempo sincopato.
E proprio in quel mentre mi si parò davanti una coppia di genitori che desideravano regalare al loro figliolo uno strumento per aiutarlo a parlare. Grave ritardo del linguaggio. Erano esseri umani teneramente preoccupati. Ci intrattenemmo in una conversazione di mezz’ora. Dimenticai la postazione e la sete di vendita per vendetta. Queste persone non temevano i decibell. Volevano capire. E i miei strumenti erano limitati alle poche conoscenze pedagogiche e alla batteria giocattolo che avevo rifilato a quei genitori che volevano far sfogare il loro pestifero bambino su un oggetto anzichè sulla testa del fratello più piccolo.

Nel frattempo la lumachina era di ritorno, con la scatola lego sotto il braccio. Tutta soddisfatta si intromise con cortesia nella conversazione. Mi chiese dove poteva trovare del Vinavyl perchè nella scatola delle costruzioni nessuno aveva pensato a mettercelo. E i nipotini si sarebbero dispiaciuti nel non poter montare i loro mattoncini senza colla!
Demandai la cosa a un collega che l’accompagnò.

Salutati i coniugi ai quali diedi semplicemente il numero di una brava logopedista consigliando di desistere dal comprare un qualsiasi prodotto Bontempi, il magazzino sembrò riempirsi improvvisamente dello stesso insopportabile rumore del primo giorno. Le nevrosi si riacuirono. Stare allo zoo non era più tanto divertente.

Credo che da quel momento cominciai a sentire la tensione verso il lavoro di didatta. Forse una sorta di reazione alla formula Bontempi.

Chiesi di andarmene prima della chiusura. E l’ultima cosa che vidi abbandonando per sempre quel luogo alienante, fu la vecchina di Collodi che passava alla cassa con il suo boccione di Vinavyl.


Quarto post: 26/01/2010

di Adriano de Filippi
[ artista, pensatore, lavora presso la Cooperativa CAE bio equo bar a Roma]

 
IL DUCA

t_rifugio_duca_degli_abruzzi_986ovvero le vie della cucina sono infinite

 

 


sono entrato nel mondo della cucina da una porta secondaria

nascosta sommersa tortuosa non convenzionale


primavera 2002

fin qui

la mia vita era stata un escalation

di musica

                     locali

                                                    training teatrale

     spettacoli

                           sale prove

strumenti musicali

                                      musica

                                                       strade

        notti

                         birre


ritmi rumori battiti confusione e spensieratezza latente e forte

non esisteva il futuro

almeno io non ci pensavo molto

facevo quello che mi capitava

poteva essere raccogliere le olive come fare un trasloco

consegnare cesti di natale o pensare alla scenografia di uno spettacolo

con questo spirito

allegro e leggero

ho accettato la proposta di mio fratello

quella di lavorare tutto il mese di giugno nella cucina del Duca

un rifugio sul versante aquilano del Gran Sasso

a 2338 metri sul livello del mare

avrei cucinato per gli ospiti del rifugio

anche se non l’avevo mai fatto prima


così la mattina di quel primo giorno di giugno eccomi a campo Imperatore

con Lamberto, gestore del rifugio

un uomo mitico

capace di camminare un giorno intero in montagna fumando contemporaneamente fiumi di sigarette

un solitario sensibile

con un avversione acuta per le gerarchie e il militarismo

e con una enorme predisposizione verso qualsiasi forma di libertà

come sciare nudi in una giornata invernale di sole

nella solitudine dei fuori pista di valle pericoli

per sentire che effetto fa sulla pelle

conoscitore di montagne

e dei loro segreti

dei loro frutti

e del loro idioma

un anarchico

brusco e di poche parole

pronto ad aiutare chiunque

mai con un aiuto assistenziale-cattolico

ma semplicemente attraverso esperienze trasmesse

senza fini di lucro


ognuno di noi aveva uno zaino in spalla

da quel punto in poi dovevamo camminare per arrivare sul Monte Portella

una cresta dritta che corre sul lato sud di Valle Pericoli

in un punto morbido ed erboso della cresta si erge il Duca

una costruzione semplice a due falde

di origine militare

la base di pietra e il secondo livello di legno

il sentiero si snoda lungo il ripido pendio della cresta

sale con larghi tornanti

fa freddo

e i monti sono ancora punteggiati di chiazze di neve

c’è foschia

e il vento soffia forte

freddo


non è però la prima volta che vado in montagna

ho preso il mio passo

e ho cominciato a salire


Lamberto è davanti

e conduce sulla stretta mulattiera ghiaiosa una specie di carriola a motore con cingoli gommati

carica di cibo acqua cherosene coperte vestiti detersivi rotoli di sacchi neri della mondezza sigarette diavolina fiammiferi accendini una bombola del gas


in cima il vento è più forte

più freddo

l’estremità dei fili d’erba sono ghiacciate

il Duca se ne sta lì

aggrappato alla cresta

mi guardo intorno e per un attimo ho le vertigini

intorno c’è solo vuoto

nuvole e vuoto.

ho la strana sensazione di essere sul fondale di un mare

in apnea

sarà l’altitudine che rende l’aria rarefatta

mi ci vuole un po’ per abituarmi


Lamberto intanto ha cominciato ad aprire la porta

dopo otto mesi lo strato di ghiaccio è abbastanza spesso

ci ha messo un pò

alla fine entriamo

e dentro tutto è immobile gelido bloccato

anche dentro di me tutto è fermo


è stato proprio così a pensarci oggi

quel ghiaccio era dentro le mie mani

proprio sotto quel ghiaccio stava celato dormiente il mio rapporto con la ristorazione

ascendendo al Duca

varcando la sua soglia

accendendo la sua stufa a cherosene

assieme al ghiaccio anche io mi sono sciolto


ho lavorato un mese intero

tutti i giorni

ho vissuto al Duca

cucinando la colazione i pranzi e le cene. per suoi ospiti

ho rotto letteralmente il ghiaccio

paste

               polente

                                 spezzatini

carne bianca

                   salsicce

                                      fagioli

   zuppe

                  crostini

                                            sughi

puree di patate

                        mi trovavo a mio agio tra

fumi

            fuochi

                             forni

lame

            grassi

                                acque e olii bollenti

odori

               vapori


dopo quel mese

ero pieno e contento

ho intravisto delle possibilità

l’inizio di qualcosa

ho sentito in lontananza il suono di cibi che si trasformano…