di Simone Ghelli

 
Questi giovincelli di oggi fanno un gran parlare di questa precarietà, che non riescono ad andarsene via di casa e che il loro sogno è il posto fisso, ma se io ci penso questa roba qua mica è cominciata oggi. Già s’intravedeva a metà degli anni novanta tutto questo, tanto che il mio primo contratto lo firmai per la durata di un mese. Un mese a calarmi nell’inferno di acidi e olii industriali di una fabbrica, in pieno agosto, per portarmi impressi nel corpo degli effetti che saranno con tutta probabilità a tempo indeterminato.
All’Università io ero col vecchio ordinamento, ma la scampai per un pelo, anche se all’inizio della riforma sembrava quasi d’esser diventati dei dinosauri in via d’estinzione, perché all’inizio le novità esaltano, ma col senno di poi si capisce sempre dove sta la fregatura. Ecco, la mia vera precarietà cominciò in quei tempi là, ché mi venne la precisa percezione che tutto il mondo costruito in venticinque anni mi sarebbe crollato addosso nel giro d’un giorno. Ero tra gli ultimi esemplari di una vita condotta a marce lunghe, a partire dagli esami che ci tenevano occupati per mesi e mesi, e improvvisamente vennero a dirci che col nuovo millennio la vita avrebbe preso un’altra velocità, e che a stare ancora troppo fermi ci sarebbero passati avanti tutti gli altri, quelli che già giravano con il portatile per i corridoi dei nuovi dipartimenti che sbucavano come i funghi.
A conferma della mia vetustà, da neolaureato incappai in un lavoro, della durata di un paio di settimane, che mi portò a ispezionare i tombini più antichi di Siena nell’intento di leggere i contatori dell’acqua ch’essi nascondevano come scrigni. Non sto qui a parlarvi degli enormi ragni che vi scovai, ma di certo fu un bel paradosso per un laureato in lettere il dover sbrigarsi fra numeri a quattro, cinque o financo sei cifre. Né ebbi miglior fortuna col secondo lavoro, anch’esso assai volatile a dire il vero, che mi rimise nelle mani della tanto vituperata matematica. Non che non vi fosse stato un subitaneo salto di qualità, ché almeno passai dai sotterranei al rullar sopra la terra, ma di quel lavoro non ebbi mai a comprenderne il senso più profondo. Vidi tanti paesaggi bucolici, questo sì, ma sempre con un prestampato in mano e la penna nell’altra, l’occhio attento alle porte per contare il numero dei passeggeri che salivano e scendevano dall’autobus. Credo che la compagnia dei trasporti pubblici dovesse tagliare alcune corse e rinforzarne delle altre, il che dava al mio lavoro anche una parvenza di utilità sociale, ma del mio ruolo nel mondo non v’era modo d’aver notizia, per quanto a quel mondo cercassi d’imprestare il mio ingegno.
A risolvere l’arcano dilemma sopraggiunse un giorno la fatidica cartolina che mi richiamava al mio dovere di militare, che per fortuna avevo deciso di assolvere nel servizio civile, ma lo Stato s’ingegnò di mettermi nella condizione più precaria da che mondo è mondo. Fui mandato per direttissima all’ex Ospedale Psichiatrico, con tanto di alloggio per meglio ambientarmi al mio nuovo status, e almeno là l’umanesimo di cui ero intriso mi venne utile, per quanto non ritrovassi traccia di tanta immaginazione in tutti i libri divorati fino ad allora. Ci passai un anno in quel luogo dimenticato dalle patrie lettere, e a dire il vero mi ci ambientai così bene che mi feci persino il taglio di capelli a mo’ di cresta, tanto per dimostrare da che parte stavo all’epoca. Quando poi mi dissero che era finita, ci stetti addirittura male, ma non certo quanto quelli che là dentro ce li avevano rinchiusi per una vita e che decisero di restituirli al mondo quando erano in età da prendersi piuttosto in moglie la morte.
Quel che ho fatto dopo, al confronto, è una noiosa sequela di lavoretti al telefono, questa diavoleria inventata apposta per toglierci di bocca le parole e che è più fissa di un posto a vita al Ministero. Come stava scritto nel Gattopardo, è un cambiar tutto per non cambiar niente, un profluvio di questioni che fanno amalgama nelle orecchie e creano lo stesso identico mal di testa, giorno dopo giorno, che se non è un contratto a tempo indeterminato questo, poco ci manca!
Insomma, quel futuro che io potevo solo presagire è il presente dell’indeterminato precariato, questo doppio senso che recupera un po’ di dignità a tutti gli umanisti imprestati a improbabili manovalanze (nel senso che ci obbliga a ricorrer all’interpretazione) come il sottoscritto: indeterminati perché indefinibili, diluiti in contratti e mansioni a scadenze variabili; eppure indeterminati perché costretti ad abituarsi a vita a questa condizione, ché alla fine ci sembrerà pure normale, perché l’essere umano, e l’italiano in testa, s’abitua presto a tutto.