di Valentina Fulginiti

Dopo la Generazione X, la Generazione Shampoo (altra etichetta dovuta alla penna del canadese Douglas Coupland) e la Generazione Mille Euro, sulle colonne de “L’Espresso” sono spuntati i Millennarians, giovani approdati alla maggiore età nel nuovo secolo. Nati dopo il 1982, sono altrettanto precari e insoddisfatti di chi li ha preceduti, ma sarebbero più dinamici dei loro fratelli maggiori perché nati con la tastiera sotto le dita, e più potenti, perché negli USA hanno eletto Obama. Negli USA, appunto.

In un articolo apparso su “L’Espresso” del 26 ottobre 2009, Valeria Palermi scava un solco tra la generazione italiana degli over trenta e quella degli attuali ventenni, partendo da una ricerca sul “degiovanimento” dell’Italia presentata dal prof. Alessandro Rosina dell’Università Cattolica di Milano (si legga, in particolare Giovani oltre la Crisi. La carica dei Millennials, 7 maggio 2009, www.degiovanimento.com). Rosina, pur riconoscendo le differenze tra i Millennials italiani e quelli statunitensi (più multietnici, più numerosi rispetto alla popolazione totale e con maggiore empowerment) pone l’evidenza sul dato generazionale. I ventenni sono la seconda generazione di precari: hanno già visto gli effetti di questa condizione sui loro fratelli maggiori e sanno cosa li attende. Forse è per questo, verrebbe da chiedersi, che il numero di laureati che fanno le valigie è in costante aumento?

Nel mare magnum dei precari e dei giovani, si individuano così segmenti contrapposti: non solo ventenni “attivi” e dinamici contro trentenni apatici e passivi, ma soprattutto ventenni e trentenni contro la generazione dei loro padri, accusata di aver preso il potere sotto le spoglie dei rivoluzionari, e di detenerlo più saldamente che mai, a dispetto della conclamata sindrome di Peter Pan. Paolo Balducci, anche lui ricercatore alla Cattolica e cofondatore di “Degiovanimento” lo afferma chiaramente:

Trentenni fregati dai genitori 68ini, o meglio da quelli che incendiavano il mondo nel ‘77? “La classe dirigente di oggi arriva da lì, dai figli del 18 politico”, risponde Balduzzi: “Si può ripartire solo dal merito, dalla competizione. I ventenni ci credono”.

Anche il movimento dell’Onda viene inserito in questa lettura: alle lotte per il 18 politico, si contrappone la lotta per la meritocrazia e la selezione. Un’interpretazione parziale e discutibile, che ignora la riflessione sul sapere tentata nello scorso autunno nelle facoltà occupate: non solo una questione di soldi e di cattedre, ma un tentativo critico di ripensare le modalità dell’apprendimento, proprio in stretta connessione con la natura del lavoro e della società che (non) attende i giovani alla fine degli studi. Il semplicismo nella lettura del presente si accompagna alla semplificazione del passato, in linea con la crescente demonizzazione delle passate stagioni di lotte. Senza nulla voler togliere alle responsabilità storiche della generazione oggi al potere, il decennio ‘68-‘77 non è stato solo 18 politico. È stato anche l’era dell’utopia, della sperimentazione, della democratizzazione nella scuola. È stato anche il decennio di Albino Bernardini, Mario Lodi e Danilo Dolci; il decennio che ha aperto le porte della scuola e della cultura a tanti che prima erano destinati alla zappa o alla cazzuola in base alla sola nascita, tanto per restare in tema di meritocrazia. E da una cultura dell’utopia, oltre che del bene comune, bisognerebbe ripartire oggi per dare vita a un autentico “rilancio”: per far sì che la ricerca, e l’immaginazione del nuovo non restino confinate in ghetti, per quanto tecnologicamente avanzati, ma si radichino in un tessuto sociale e siano quanto più condivise. Le nicchie, per quanto le si protegga, hanno vita breve: nessuno ne riconosce l’importanza, nessuno si scomoda a difenderle.

Tornando ai figli del millennio, siamo sicuri che la differenza tra ventenni e trentenni nell’Italia reale sia altrettanto netta e rigida delle categorie necessarie all’analisi sociologica? Dividere i ventenni “nomadici” dai trentenni depressi (o “bamboccioni”) non sarà forse l’ennesima strategia di frammentazione che impedisce di guardare alla realtà nel suo complesso, e di lottare contro l’ingiustizia tutta insieme?

Che cosa sta cambiando in concreto, oggi che la destra-destra finge di riscoprire il valore della stabilità e la sinistra-destra afferma che bisogna ripartire dal Lavoro? Quali cambiamenti reali accompagnano l’irruzione dei Millennarians?

L’articolo de “L’Espresso” resta nel vago, cita pareri sparsi e singole iniziative di eccellenza. Meglio andare a cercare i dati nei materiali forniti da Rosina, allora, dove si apprende che il numero dei ventenni (20-24 anni) che vivono con i genitori è calato, a differenza di quanto accade tra gli attuali trentenni. Calato, sì: dal 94 al 91.6% per i maschi, dall’83.8 % all’82.9% tra le giovani donne. Sicuramente un segnale incoraggiante, ma di strada da fare ce n’è tanta. Resta vero quanto affermano, nei loro studi, gli stessi Balduzzi e Rosina: i giovani finlandesi chiedono aiuto allo Stato, quelli italiani ai genitori; un potenziale interessante sta negli “Italiani di seconda generazione”, che però sono ancora temuti e divisi dai loro coetanei “autoctoni”; in generale, le potenzialità riconosciute a questi nuovi Millennarians restano frenate da una società saldamente gerontocratica. Il punto è proprio questo: i venteen sarebbero più dinamici, sarebbero più attivi grazie alla rete, però, poi, alla prova dei fatti, si sentono incapaci di agire e decidere del proprio futuro, e anche se sono scesi in piazza, rifuggono da una visione politica globale.

Quella di Millennarians, come le altre definizioni che l’hanno preceduta, rischia di essere l’ennesima etichetta giornalistica: il frutto sterile di un’analisi che non viene recepita, se non strumentalmente, dalla politica. La soluzione non è che a un manipolo di giovani intelligenti ed “eccellenti”, di cui si riconosce ipso facto l’eccezionalità, venga data la possibilità di formarsi all’estero o di avviare delle imprese (fatto in sé lodevole, ma individuale); ma che in questo Paese sia possibile mantenersi lavorando, che si sia giornalisti o imbianchini, magazzinieri in un supermercato o bibliotecari, vedendo riconosciuti i propri diritti, e guadagnando abbastanza potersi pagare un mutuo. Senza doversi presentare “accompagnati dai genitori”, come ci dicevano a scuola, da ragazzini.