di Valentina Fulginiti

Siamo giovani, carini e sottopagati. Ci hanno chiamati precari, atipici, non-strutturati. Abbiamo contratti a termine, contratti a progetto, partite iva, stage con o senza rimborso spese. Ci siamo definiti il “cognitariato” e il terziario avanzato di questo Paese. Non sognamo più le mille lire al mese delle canzonette d’epoca fascista, ma i mille euro che sono ormai diventati la nostra bandiera generazionale. Con l’allegro nomignolo di “milleuristi”, siamo diventati l’argomento principale di romanzi, sit-com, sceneggiature per il cinema e blog che si trasformano in libri di successo per poi tornare a ramificarsi in infinite discussioni sui blog. Abbiamo fatto ridere l’Italia intera col racconto delle nostre sventure, come la ricerca di un lavoro, di un contratto con ferie e contributi, di tutele salariali. E forse è proprio questo il problema: attorno a noi echeggiano risate registrate, ma le bastonate fanno male per davvero.

È ora di riprenderci la parola, le nostre parole. È ora di cominciare a raccontare chi siamo, per invertire il segno delle mistificazioni correnti. Ed è ora di reagire, di rifiutare le proposte indecenti, cominciando a creare reti e connessioni tra le singole esperienze, perché solo uscendo dall’individualismo (la tentazione a sbrigarsela da sé, sperando nell’ennesimo compromesso o nell’ennesimo decreto salvatutti) si può cercare di arginare l’enorme svendita di competenze messa in atto dalle migliori teste della nostra generazione. Perché, negli ultimi anni, decine di persone qualificate, con lauree o master e in saldo possesso di almeno due delle tre “i” vaneggiate a suo tempo da Berlusconi, hanno accettato di lavorare per paghe da fame, lasciando indiscussa l’autorità dei “cummenda” e dei vecchi che gestiscono questo paese? E perché, oggi, il dramma di 42.000 insegnanti licenziati (tanto per dirne una) non riesce a iscriversi nel senso comune dell’Italia che «non arriva alla fine del mese»?

Senza nulla togliere all’importanza dei dati materiali (una priorità da cui occorre ripartire, in termini salariali e rivendicativi), è in gioco anche una questione di legittimità sociale, di radicamento nell’immaginario condiviso. Negli ultimi quindici anni, qualsiasi resistenza ai processi di desertificazione sociale era sconfitta in partenza, non solo da precisi strumenti legislativi, ma dagli stereotipi che ci hanno alienato la parola, rendendo sorda e ostile l’opinione pubblica. Chi ha invano tentato di opporsi alle controriforme che ciclicamente si sono abbattute su Scuola e Università Pubblica, si è trovato alle prese con il fantasma dell’Allegro Studente, il giovane viziato, cretino e perennemente sbronzo, stigmatizzato per quella stessa ignoranza che, di fatto, le riforme gli andavano imponendo. Di lì a qualche anno, abbiamo assistito all’invasione dei Bulli, quasi che l’intera scuola italiana fosse una specie di serraglio dove asini calzati, vestiti e firmati passavano le giornate a malmenare compagni e professori. Ministri e sottosegretari, di diverso colore ma di uguale demagogia, si poi sono alternati sullo stesso arcione, brandendo come clave gli epiteti di “Bamboccioni”  e “Fannulloni” (non a caso in rima baciata). Adesso, l’imperversare della generazione “Mille Euro” sta facendo altrettanto danno. Ci trasforma in uno stereotipo. Ci inietta una logica perdente e subalterna. Ci trasforma in macchiette, che chiunque può sfottere. Gogna, berlina o muro: è solo questione di sfumature.

A monte c’è un problema: l’assoluta incapacità a confrontarsi con la categoria del “lavoro”. È una contraddizione in termini: siamo una generazione che “nuota” nel lavoro fin dalla tarda adolescenza, sotto forma di lavoretti, stage, contrattini e chi più ne ha più ne metta, però il discorso politico sul lavoro è poverissimo e – soprattutto quando si parla di scuola, di cultura, di università – spesso campato per aria, ostacolato dal ricorso a una terminologia politica obsoleta o, peggio, da una incapacità di analisi complessiva. Ed è qui che falliscono i movimenti come quello dell’Onda, arenandosi ad una stanca analisi del precariato lavorativo come continuazione di quello studentesco, senza mai dar vita una lettura d’insieme né a una reazione veramente collettiva e trasversale.

Perché è così difficile far tesoro di un’esperienza che c’è, ed è reale? Forse perché ad essere stata espropriata del concetto di lavoro (ormai saldo appannaggio della cultura leghista) è la sinistra nel suo complesso. In preda alla smania di definirci lavoratori “immateriali”, o forse per paura di cadere in uno degli “opposti estremismi”, abbiamo espulso dal nostro alfabeto concettuale la categoria dello “sfruttamento”. Di  conseguenza, oggi, nell’arena del dibattito politico, chi manda avanti sei cantieri con il lavoro nero degli schiavi rumeni è uno che “si fa un mazzo tanto” e ha il diritto di parlare, mentre il precario che vive di contratti e contrattini no, è un fannullone che deve solo tener la bocca chiusa. Testa bassa e lavurà, e fatti i cazzi tuoi: questa è l’etica dell’Italia di oggi, un’etica che non ammette alternative, ma solo rese incondizionate.

Per questo è ora di riprenderci la parola, le nostre parole. Cominciando da una, la più importante di tutte: «lavoro». Che è quella che ci riguarda, in quanto lavoratori. Non “precari”, “cognitari” e altri begli objets trouvés che vanno e vengono come le mode: lavoratori. Questo siamo, e questo vogliamo essere a tutti gli effetti. Tutele comprese.