di Lisa Barbon

 

 

Sono sinceramente lusingata di avviare questa nuova rubrica che PrecarieMenti mi ha proposto di attivare. Cartoline dal Nord-Est produttivo vorrà essere un contenitore di storie, informazioni ed esperienze in un momento in cui la Pubblica Amministrazione è protagonista di considerazioni e accuse troppo spesso basate su luoghi comuni poco circostanziati. Da molti anni lavoro nella P.A., ambito che non smette mai di stupirmi non solo per scelte e dinamiche che spesso sono difficilmente condivisibili, ma anche e soprattutto per risorse e potenzialità che vengono sistematicamente sprecate in favore di decisioni troppo spesso non in linea con l’indirizzo da seguire. Come dipendente che ha prevalentemente mansioni di relazioni con l’utenza, mi sono spesso sentita in difficoltà di fronte alla necessità di sostenere l’azienda nelle sue azioni che personalmente (e mi permetto di aggiungere oggettivamente) erano indifendibili e purtroppo in questi casi la personalità viene privata dall’empatia lasciando necessariamente il primo posto al ruolo. Questione di autodifesa. La realtà vissuta da dentro mi ha fornito però le risposte alle incazzature che ricevevo quando l’utente che si rivolgeva a un qualsiasi ambito pubblico ero io, e non credo che ci sia bisogno qui di riportare degli esempi perché sono certa che chiunque abbia investito anche inutilmente, un bel po’ di tempo a uffici pubblici. 

E’ normale che lavorando in un’azienda pubblica, seppur piccola, io sia entrata in contatto con altre realtà lavorative di altri enti allacciando rapporti che mi hanno dato la possibilità di confrontare e conoscere esperienze che spesso non si discostano molto le une dalle altre. Non voglio fare una battaglia a difesa del povero impiegato pubblico vittima indiscussa del potere e capro espiatorio del sistema e non voglio nemmeno dispensare sentenze distribuendo colpe e responsabilità, ma ho intenzione di portare qualche contributo finalizzato a far considerare che ciò che si vede da fuori non è sufficiente per maturare una concreta opinione su quello che realmente accade, perché capire non vuol dire giustificare. Sono abbonata al mondo del lavoro da 22 anni: conosco il lavoro privato, conosco lo sfruttamento, conosco il lavoro di 10 ore retribuite 6, i mille alibi dei datori di lavoro per pagare meno, per pagare tardi o per non pagare proprio, conosco le lusinghe dei soldi in nero, dell’ansia da responsabilità e delle ferie pagate e non usufruite e sono la prima ad ammettere che i due mondi (pubblico e privato) sono due realtà completamente diverse l’una dall’altra: diverso non vuol dire però migliore. Sulla base di questo, Cartoline dal Nord-Est produttivo vuole avviare un percorso che spero vorrete seguire, che prenderà in considerazione anche la situazione politica e sociale la cui influenza sul mondo del lavoro e in particolar modo sulla Pubblica Amministrazione è indiscutibile. Lisa Barbon 

 

Lavorando in un’amministrazione pubblica e avendo tra le mansioni anche la responsabilità dell’accesso agli atti, mi sono trovata numerose volte a dover chiarire a utenti inutilmente risentiti la legge sulla privacy, che potrà anche essere una cosa buona, ma ha insinuato timori perplessità e dubbi assurdi al punto che chiedere un documento d’identità personale a volte diventa un’impresa epica.La cosa che trovo assurda è che se si tratta di dati personali da presentare a un dipendente pubblico nell’ambito delle sue mansioni se ne fa un caso di stato, mentre al distretto sanitario, dove ultimamente per vari motivi mi reco spesso, sembra che i pazienti non si sentano per nulla infastiditi dal rendere pubblico i dettagli dei propri problemi quasi sempre piuttosto imbarazzanti. Così mentre me ne sto in sala d’attesa di fronte agli sportelli prenotazioni ben amplificati, assisto a uno spettacolo unico nel suo genere, fatto di provette per le urine, quelle col tappo rosso più larghe che – “servono per la pipì fresca fresca della notte, a stomaco vuoto!”- Quelle bianche per la pipì normale; quelle per le feci – “e mi raccomando signor Rossi, deve prendere la parte intermedia, non quella che esce per prima né la parte finale…”- poi ci sono le visite per gli anziani: - signor Bianchi, ha portato l’esito della visita alla prostata? L’ultima volta era ingrossata e quindi deve rifare gli esami? -

Il tutto sempre ben amplificato per il divertimento della platea in sala d’attesa.

- “Deve pagare 10,00 euro oltre il ticket perché il reddito del suo nucleo supera i 29.000 euro annui… sa, la nuova normativa… come? Ha a carico la moglie, il figlio disoccupato e il suo comune ha stipulato una convenzione per i sessantenni?ok… -

In un colpo solo una sessantina di persone sono venute a conoscenza del fatto che il signor Bianchi ha un figlio disoccupato, la moglie a carico, un reddito del nucleo famigliare che supera i 29,000 euro, il nome del comune di residenza e ovviamente… che ha la prostata infiammata… alla faccia della privacy…

Contemporaneamente dalla sala visite che si affaccia alla platea, apre la porta una compita dottoressa e rivolgendosi a un malcapitato paziente che sta per uscire, diletta gli spettatori con un’interpretazione degna di un’opera di Goldoni che rapisce e ammutolisce letteralmente il pubblico: – “Adesso lei va a casa, usa tanta acqua e tanto sapone e poi torna qui per la visita…” 

Mi salta così alla memoria un episodio di non molto tempo fa. Per conto di mia nonna ero andata in  farmacia e quando presento il foglio con su scritto il nome del farmaco al farmacista, quest’ultimo mi chiede: – “ma le emorroidi sono esterne o interne?”-

Io cadendo dalle nuvole rispondo che non è per me e che quindi non sapevo rispondere… scoprivo in quel momento che la preparazione H serviva per le emorroidi!

Lui non mi crede neanche per un momento. Mi propone un altro tipo di pomata a suo avviso migliore e anche più economica.

Mentre esco con gli occhi puntati degli altri clienti una signora anziana mi blocca e mi dice – “vedrà che si troverà bene, io avevo le emorroidi interne, non le dico andare di corpo cos’era! Ma con quella pomata ho risolto il problema… stia solo attenta ad inserirsi bene l’erogatore!…”

Chiamano il mio numero e fortunatamente vengo indirizzata a uno sportello prenotazione un po’ più defilato. Presento la mia richiesta, la mia tessera sanitaria ma mentre l’operatore inserisce i dati non possiamo non sentire le urla di una collega che allo sportello cerca di spiegare con dovizia di particolari a un paziente con problemi di udito come raccogliere le urine. L’operatore che si occupa della mia prenotazione si sente in dovere di scusarsi con me per la situazione. Leggo la sua frustrazione che conosco molto bene e mi dimostro assolutamente solidale.

Mi confessa che gli operatori di sportello stanno portando avanti una battaglia per poter far capire all’amministrazione il bisogno di un’organizzazione diversa degli sportelli, un’ergonomia che possa essere compatibile con la normativa e contemporaneamente con le esigenze dei pazienti ma che soprattutto consenta agli stessi addetti di poter lavorare senza il continuo stress di farsi capire urlando per sovrastare le conversazioni che avvengono contemporaneamente a 20 cm l’una dall’altra. 

“Sa qual è il problema?”, aggiunge, “ è che chi decide e organizza non conosce il tipo di lavoro, e quel che è peggio è che non ascolta nemmeno osservazioni o suggerimenti di chi da anni fa i conti sempre con le stesse situazioni e problemi. Preferiscono continuare a pensare che abbiamo solo voglia di lamentarci e non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di venire a verificare. Qualche volta, alle conferenze stampa, dove politici e collezionisti di poltrone si alternano snocciolando numeri ed elogi sulla qualità del lavoro, dovrebbero chiamare noi…”

Come dire, la normativa ti tutela i dati ma poi nella pratica non sempre è possibile farlo.

Una zia molto eccentrica una volta mi chiese: se in un bagno pubblico ti trovi a dover scegliere tra due turche dove una ha una porta che fa vedere la faccia ma non il resto e l’altra invece ti nasconde solo appena la faccia e lascia visibile quello che stai facendo, quale sceglieresti? Non ho mai saputo cosa rispondere, ma non so perché questa storia mi ricorda un sacco la Pubblica Amministrazione.

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