di Serena Adesso e Claudia Boscolo

 

Negli ultimi mesi è stato ultimato il percorso normativo che porterà a un nuovo metodo di reclutamento del personale docente nelle scuole pubbliche attraverso il Tirocinio Formativo Attivo, o TFA, come è più noto, che va a sostituire le vecchie SSIS, chiuse nel 2007.

Per cinque anni in Italia non è stato più possibile abilitarsi alla professione di insegnante, mentre sono state riaperte le graduatorie di terza fascia consentendo a laureati non abilitati di iniziare di fatto una carriera nell’insegnamento accumulando punteggio nelle varie classi di concorso, senza sapere se e quando sarebbero state riaperte le abilitazioni, e con quale modalità, cioè se attraverso concorso o un nuovo percorso abilitante come è poi risultato essere il TFA. Allo stadio attuale, dopo numerose proteste, il Ministro ha reso noto che è in lavorazione un altro decreto, il cui scopo è quello di definire le modalità di ingresso al tirocinio abilitante a coloro che hanno accumulato punteggio su una classe di concorso avendo già insegnato per almeno tre anni. Tuttavia, nonostante sembri che verrà effettivamente attivata una corsia preferenziale per gli insegnanti già in servizio da anni, nessuno sconto verrà applicato, né in termini di frequenza del tirocinio e neppure, e questa è la cosa più grave, sul fronte economico. 

Le difficoltà nell’accettare questo nuovo percorso abilitante sono molte. Innanzitutto, chi insegna già da anni oltre al punteggio ha accumulato esperienza di classe e ha avuto modo di sperimentare percorsi didattici e di produrre la documentazione richiesta a inizio e termine anno scolastico, e di conseguenza non necessita di ulteriore formazione avendo imparato il mestiere sul campo. Sarebbero forse sufficienti dei moduli da frequentare a titolo di aggiornamento per completare la pratica di classe. Perché dunque costringere chi di fatto esercita già la professione in modo continuativo ed è in grado di dimostrarlo a iscriversi a un percorso formativo, spesandolo di tasca propria? Questo ci porta al secondo problema: quello dei costi, che per il TFA sono molto alti. Già al tempo delle SSIS la polemica verteva attorno alle cifre esose che venivano richieste per i due anni di scuola di specializzazione: ma i costi del TFA fanno impallidire quelli delle SSIS. A seconda dell’università scelta possono variare dai 2500€ ai 3000€, in sostanza il costo di un master universitario. Questo potrebbe – seppure con qualche perplessità – essere ritenuto accettabile nel caso di laureati della triennale, giovani, privi di esperienza di classe e di altri titoli qualificanti, anche se rimangono dubbi riguardo l’opportunità di spingere i giovani a specializzarsi nell’insegnamento tramite un tirocinio del costo di un master per immetterli in una professione ormai satura. Tenendo conto che solo il 50% dei futuri insegnanti verrà selezionato dalla graduatoria degli abilitati TFA e che le graduatorie ad esaurimento costituite dai vincitori di concorsi precedenti e abilitati SSIS non sono per nulla esaurite, è già in attesa di passaggio di ruolo un esercito di aventi diritto. Perché allora formarne altri con costi insostenibili per giovani appena usciti dalla laurea triennale?

La questione dei cosiddetti “congelati” SSIS è poi spinosissima. Nel 2007 la SSIS è stata, all’improvviso, eliminata. Mentre l’ultimo governo Prodi si accartocciava su se stesso, il peggio si stava per abbattere su tutti coloro che già impegnati in dottorati di ricerca hanno “congelato” la SSIS. Il consiglio dei docenti era di non concludere il dottorato e abilitarsi, cioè bloccare l’ultimo anno di studio e cominciare la SSIS. Infatti, per cinque anni nessuno ha più potuto conseguire un’abilitazione che permettesse il reclutamento nel mondo della scuola. Potevano “congelare” la SSIS anche coloro i quali stavano la già frequentando per una classe di concorso avendo superato il test d’accesso per altre. Quando le SSIS sono state chiuse chi avrebbe potuto frequentare anche per altre classi si è ritrovato “congelato”. Per un anno c’è stata anche la possibilità di “congelare” la SSIS per motivi personali, impegnandosi a frequentarla l’anno seguente.

Visto che i corsi non ripartivano, l’Università avrebbe dovuto risarcire i 600 euro versati per “congelarla”. Ma nessun Governo s’è preso la briga per tutti questi anni di legiferare. Ogni anno c’è stata una proposta sempre più vaga. Ai congelati fu promesso che sarebbero entrati di diritto in qualunque scuola di reclutamento fosse stata istituita perché “congelati”, e perché dottori di ricerca. Si trattava solo di avere pazienza. Nel bando del TFA c’è invece solo una piccola voce che fa menzione dei “congelati”: “Sono ammessi in soprannumero ai percorsi di Tirocinio Formativo Attivo, senza dover sostenere alcuna prova, i soggetti di cui all’articolo 15, comma 17 del Decreto (“congelati SSIS”), ivi compresi coloro i quali fossero risultati idonei e in posizione utile in graduatoria ai fini di una seconda abilitazione da conseguirsi attraverso la frequenza di un secondo biennio di specializzazione o di uno o più semestri aggiuntivi”.

Quindi pare che siano inclusi nei TFA, ma le domande sono tante.  Come sarà organizzato? Devono iscriversi e se sì, quando? Quanto costerà? Finora nessuna risposta.
Presso la maggior parte delle Università non esiste un ufficio TFA. Il vecchio ufficio SSIS è (quasi) inespugnabile e quando, finalmente, si ha il piacere di parlare con il personale, gli impiegati negano di avere informazioni maggiori rispetto a ciò che sta scritto sul bando. “Per fortuna” – sospira l’impiegata  – “io non avrò nulla a che fare con il TFA”.
Lei no di certo. Saremo ancora noi a pagare, anche se abbiamo lauree, dottorati, anni di insegnamento alle spalle. Prenderemo l’ultimo, probabilmente, biglietto per salire su questo treno chiamato “scuola”, anche se il senso di tutto ciò inizia francamente a sfuggirci.

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