di Lisa Barbon

Quando vado dal fruttivendolo vicino casa vivo la stessa sensazione che provo dalla parrucchiera, con la differenza che qui i giornali di gossip non ci sono, o meglio, non servono perché il titolare è sempre perfettamente informato su tutte le vicende riguardanti il “mondo patinato”.

Ultimamente però gli argomenti si sono, come dire, “ispessiti”, perché non si può più nemmeno dal fruttivendolo continuare a fingere che il mondo si sviluppi solo tra calciatori arrapati e un Sanremo osceno.

La crisi si sente, i prezzi salgono, e i lavoratori trasformati in casi umani piangono le proprie disperazioni in TV, suscitando sdegno e contribuendo ad alimentare quella grande macchina che si chiama propaganda elettorale.

Ho sempre pensato che nelle difficoltà, nelle disgrazie o comunque nei momenti particolarmente difficili, scatti il bisogno di banalizzare o di aggrapparsi a qualunquismi che in qualche modo riescano a lenire quella sensazione di impotenza o che riescano a giustificare quell’atteggiamento di indolenza tipica della rassegnazione.

Così tutto sommato non mi infastidisco più quando i luoghi comuni sui dipendenti pubblici riempiono le conversazioni. Eppure gli ultimi accadimenti sono riusciti a esacerbare anche quelle considerazioni già abbastanza esagerate che mi ero abituata a smorzare con una battuta.

Forse avrei dovuto reagire quando il fruttivendolo durante la sua arringa rivolta a un pubblico “provincialotto” mi ha indirettamente accusata di fancazzismo, ma era solo l’inizio di una lunga lista di esagerazioni alle quali non ho reagito perché soggiogata da tanta fantasia in un solo piccolo uomo.

Così ho scoperto che percepisco quasi 3.000 euro al mese, che ho privilegi sul servizio sanitario, sui servizi pubblici oltre alla garanzia di una pensione certa e ovviamente il posto garantito del quale, paradossalmente, dovrei sentirmi in colpa… ma in colpa verso chi?

Da quand’è che i parametri sono saltati? Perché gli impiegati pubblici sono diventati obiettivo indiscriminato della rabbia di chi pensa di essere “più giusto” solo perché vittima? Perché si è maturata quella sorta di convinzione che il precariato esista solo nell’ambito privato e che nella PA si nasconda invece la causa di tutti i nostri mali?

Ma soprattutto, dove può portare questo bisogno del mal comune mezzo gaudio?

I fannulloni esistono, nessuno può negarlo, come esistono gli imboscati e i fancazzisti spesso raccomandati, ma purtroppo ci si dimentica che a livello decisionale vengono nominati (spesso politicamente) dei coordinatori che hanno la responsabilità sull’inadempienza dei propri sottoposti; capi servizi  che sembrano immuni da qualsiasi attacco forse perché ritenuti super partes o perché banalmente, la guerra tra poveri è una costante che deve ripetersi per definizione.

È innegabile che la Pubblica Amministrazione abbia bisogno di una riforma, che però dovrebbe andare a migliorare un sistema arrugginito da burocrazie obsolete spesso inutili e che per farlo dovrebbe puntare proprio su quelle risorse “fresche” che un posto fisso, né tanto meno 3000 euro al mese, non li hanno, ma  le cui aspettative, ambizioni e idee vengono soffocate come viene repressa anche la voglia, tipica del neo assunto, di apportare cambiamenti .

Così me ne sono stata zitta, ho lasciato che gli stereotipi soddisfacessero il bisogno di incolpare una classe fino a qualche anno fa considerata sfigata ma che adesso viene percepita come privilegiata: tanto il ruolo del capro espiatorio è da sempre tra le mansioni principali dell’impiegato pubblico.

Ho preso la mia spesa, ho pagato e ho avuto in regalo un bel sorriso al posto dello scontrino…E l’evasione fiscale? Che c’entra, quella la fanno tutti!

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