di Claudia Boscolo

Più che di cervelli in fuga, sarebbe il caso di iniziare a parlare seriamente di viavai di cervelli, o di cervelli impossibilitati, disabituati, disaffezionati alla stessa idea della fuga. Così Vanni Santoni in questa sua terza prova narrativa avvicenda le storie di alcuni giovani fiorentini, nati fra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, incrociando le loro strade in diversi modi con turiste americane, residenti di origine straniera, genitori il cui ruolo rimane sospeso fra la critica e la compassione. Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza Contromano, 2011, € 10,00) dipinge più di una generazione sospesa fra l’arroganza, il narcisismo, le fallite aspirazioni artistiche, ma sopra ogni cosa affetta da un vario grado di inconsapevolezza, e ciò nonostante custode – seppure inerte – del gioiello che eredita: incapace di progettarne un futuro e, ancora peggio, di concepirne un presente. Se sul tema del futuro fiorisce la retorica politica, su quello del presente cala da tempo un velo di irritante silenzio: in questo silenzio Santoni organizza la narrazione dell’ombra di un’accusa, creando una cesura nella rappresentazione dei suoi coetanei, a cui i media attribuiscono pensieri e desideri che non corrispondono alla realtà. Diviene necessario esternarne il pensiero, l’attaccamento ai luoghi della vita, anche agli interni borghesi trasformati in teatro di un delirio collettivo: ampie sale affrescate suddivise in posti letto e cedute mensilmente per cifre inconcepibili; case di famiglia devastate dal desiderio di una bohème incancrenita; palazzi storici nelle mani di rampolli inconcludenti. Si pensi soprattutto ad Annabel e a sua sorella amante del lampredotto: personaggi di cui, da quando la borghesia si è lasciata ridurre a testimone consensuale della propria rovina, è divenuto difficile parlare, come se la storia di questo paese non fosse il frutto di dinamiche feroci fra due uniche classi sociali, relegate oramai a null’altro che a un contorno estetico da pratiche politiche e sindacali suicidarie. Pur non nominando mai la politica, tranne un minimo riferimento alle piazze cittadine militarizzate, questo romanzo è politico nella sua essenza, visto che esamina al microscopio l’esito disastroso di politiche sociali funebri, in una città che avrebbe potuto essere l’epicentro di una rivolta concreta fondata sull’idea di localismo virtuoso, e che invece ha lasciato soffocare le sue energie più vitali.

Il senso di abbattimento originato da tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, gli stati nevrotici che ne risultano, il senso di sconfitta generalizzato, una malinconia che nella sua manifestazione migliore (Maddalena) è struggimento per il bello che si può ancora guardare con occhi sani, l’amore per i luoghi della vita che non è cartolina ma vita vissuta, non è autocompiacimento ombelicale, ma un atto narrativo sovversivo di chi coglie il tratto rivoluzionario di una generazione condannata ad amare disperatamente luoghi resi invivibili da pratiche politiche a dir poco delinquenziali. Tanto che questo romanzo-guida è più avvicinabile a un’opera concepita pensando alla psicogeografia che alla sociologia o alla narrativa nel senso più stretto. Ma senza puntare il dito sulle responsabilità, troppo facilmente additabili, Santoni riesce a compiere il miracolo parlando solo del disagio intimo di chi soffre la più umiliante svendita del proprio habitat naturale, evitando il pistolotto sociale con più che rodata maestria.

Una narrazione corale intrecciata a panoramiche che abbracciano le vie cittadine e quei luoghi di Firenze meritevoli di una visita; attenzione: non quelli del percorso canonico da turista mordi e fuggi, ma quegli angoli che può amare solo chi si avvicina alla città d’arte con l’intenzione di sviscerarne il vissuto da ogni suo possibile squarcio. Panoramiche che si stringono in improvvise zoomate sui protagonisti di questa storia collettiva, cogliendone il dettaglio a cui non c’è bisogno che segua altro, tanto eloquenti sono i tratti del bozzetto che Santoni traccia di ognuno dei suoi personaggi, tecnicamente precari, nella loro pur inconsapevole solidità. Una scrittura che si stacca notevolmente dal quadro della narrativa contemporanea, con punte di struggente lirismo, fra le quali si nota il cammeo metafisico della ragazza slovacca nella piazza notturna: all’interno del disco di marmo bianco e verde, anch’esso parte della crudele storia fiorentina, sospira un mancato gioco del mondo, incantevole omaggio all’amatissimo Cortàzar.

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