di  Roberto Ciccarelli [fonte: Il Manifesto del 24/02/11]

Sono 4885 i ricercatori precari che lavorano nell’università di Bologna. È questo il risultato del censimento condotto dalla rete bolognese dei ricercatori precari sui dati aggiornati appena un mese fa ed è il primo tentativo di costruire un’anagrafe dei precari nell’università italiana. Il dato assume proporzioni abnormi se viene confrontato con i numeri dei docenti che lavorano stabilmente in uno degli atenei più prestigiosi del paese classificatosi al 176° posto della Academic Raking of World Universities, al terzo nella classifica delle università «virtuose» stilata dal Ministero guidato da Mariastella Gelmini che nel 2010 ha erogato un finanziamento (Ffo) da 337 milioni di euro al quale è stata aggiunta una «quota premiale» da 46 milioni (sommando varie voci). Tra professori ordinari (796), associati (878) e ricercatori (1256, comprensivi di quelli che lavorano nelle sedi dell’ateneo distaccate in Romagna) a Bologna lavorano 2930 persone, 1955 in meno dei precari. La sproporzione è dovuta al numero degli assegnisti di ricerca (1057), dei dottorandi (1838) e dei docenti a contratto che insegnano in uno o più corsi (1565, oltre a 69 che lavorano a titolo gratuito). A queste persone bisogna aggiungere 270 tutor didattici, 340 docenti esterni, oltre ad un certo numero di lettori di lingua straniera. Nell’unico incontro tra il rettore dell’Alma Mater Ivano Dionigi e i ricercatori precari avvenuto ormai mesi fa sembra che sia stata fatta una stima sul totale dei rapporti di lavoro esistenti. Sarebbero all’incirca 14 mila, contando anche i tecnici amministrativi (poco meno di 3 mila persone). Il dato, superiore al totale delle figure che per tradizione lavorano nell’università, raccoglie la somma di oltre una dozzina di tipologie di contratti atipici, dal tempo determinato fino ai cococo. Il censimento effettuato dalla rete dei precari bolognesi è dunque solo il primo passo per gettare una luce sulla «zona grigia», sconosciuta agli stessi amministratori dell’ateneo, composta da migliaia di figure lavorative che vivono nell’invisibilità. «Finalmente possiamo dimostrare che un pezzo consistente della didattica e della ricerca – afferma Francesca Ruocco dei ricercatori precari della Flc-Cgil – dipende da noi». Il futuro di queste persone, la maggior parte delle quali svolge un’attività di ricerca da molti anni, è però appeso ad un filo. La riforma Gelmini non riconosce al precariato storico praticamente nulla. Una quota significativa ha fatto 1 anno di assegno e poi docenze a contratto, o viceversa. Per chi invece ha 3 anni di assegno toccherà prendere l’abilitazione nazionale e sfidare gli attuali ricercatori nella guerra per un posto da prof associato. Per migliaia di «giovani meritevoli» si annuncia invece una corsa ad ostacoli che durerà anche 12 anni. Su tutti i concorrenti a questa corsa sulla ruota della fortuna, chiamata anche «tenure track», grava l’incognita del blocco del turn-over che non permetterà di sostituire i docenti pensionati, mentre l’alto costo dei ricercatori a tempo determinato (35 mila euro all’anno, all’incirca) restringerà il numero dei posti banditi. A quel punto come funzionerà la più grande azienda dell’Emilia Romagna?

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